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POVERTA’ DI STATO

by Giovanni Du Jardin (Presidente Life Nord-Ovest)

 

Con l’arrivo di agosto, digerito o quasi il G8, ancora una volta torna alla ribalta il problema drammatico della povertà diffusa tra la popolazione del nostro Paese, dal Sud al Nord, anche se con percentuali diverse; comunque crescenti.   I poveri, seppure con qualche differenza di reddito,  a oggi, secondo le rilevazioni dell’Istituto di Statistica, sarebbero ben 8 milioni. Certamente troppi, per un paese che si ritiene civile.  Allora qualcuno grida allo scandalo; qualche altro chiede tout court l’adozione di provvidenze; altri ancora vorrebbero rivalutare subito le pensioni minime, ecc.

 

Nessuno  però mi sembra che abbia centrato il problema vero delle famiglie povere: il divieto di lavorare.   Detto così, soprattutto in presenza di un governo che si dice liberista, sembra una battuta provocatoria.   No, è la verità; drammatica verità perché obbliga milioni di famiglie a perseverare e a intristire nella loro ineluttabile indigenza. 

Quando affermo che i poveri non possono lavorare, non mi riferisco alla carenza d’iniziative per i cosiddetti lavori socialmente utili, all’assenza di contributi una tantum, né ad alcun altro di quegli interventi che gli innumerevoli “statalisti” possono facilmente escogitare, inclusa qualche nuova tassa. 

 

No, dico semplicemente che un’autentica persecuzione fiscale (studi di settore) e contributiva (I.N.P.S.) colpisce senza pietà proprio le attività più modeste, impedendo di fatto l’inizio e lo svolgimento di qualsiasi attività individuale; un onere complessivo, tra IRPEF e contributi previdenziali, entrambi computati su minimali demenziali, tale da implicare un esborso che, nella maggior parte dei casi, supera, e di molto, i profitti che quelle attività minime sono in grado di produrre,  E così, a meno di rifugiarsi nel “nero”, a quei poveri cristi è di fatto vietato accedere a una qualsiasi di quelle attività marginali, che proprio perché tali, potrebbero essere gestite facilmente con i mezzi assolutamente modesti delle persone meno abbienti: vendite porta a porta, piccoli trasporti locali, traduzioni, correzione di bozze, pulizie, ecc. 

 

La calura di agosto mi sconsiglia di andare a cercare cifre e dati fiscali precisi; credo però che il gettito che ci si può aspettare da quei settori, sia assolutamente irrilevante, se non altro perché si tratta di attività che per lo più non si fanno, o si fanno soltanto in nero; ossia a gettito zero. 

 

E allora, cosa impedisce di intervenire subito? di cominciare a risanare veramente, non soltanto l’Economia, quella con la E maiuscola, ma il paese reale, quello del popolo con la p minuscola?