[ home life ]  [ Archivio  Le nostre verità ]

 

Il disagio fiscale

(Perché aliquote fiscali e contributive elevate sono un vero flagello per l’economia di un paese sviluppato)

by Samuel Magiar

 

Dire che a livello individuale pagar troppe tasse fa male è senza dubbio un’affermazione tanto vera quanto banale. Sostenere che la stessa cosa valga a livello collettivo non è più né semplice né banale. E questo perché, a livello aggregato, via via che aumenta il prelievo fiscale, aumentano anche le entrate dello Stato, che spenderà o redistribuirà i denari così raccolti a beneficio dell’intera collettività.

Vero sarà ancora, comunque, che i benefici addizionali per la collettività di bilanci statali in continua crescita potranno risultare al più proporzionali a tale stessa crescita. Molto probabilmente, per via della legge dell’utilità marginale decrescente, meno che proporzionali. Ciò che qui si vuole invece dimostrare, è che i disagi per la collettività nel suo insieme crescono purtroppo in maniera esponenziale al crescere della pressione fiscale. Che le dimensioni di un apparato statale pubblico, rispetto a quelle del suo sottostante sistema economico privato, non possono essere una scelta di natura esclusivamente politica.

La specializzazione nella produzione di beni e servizi, destinati poi al mercato per una serie di scambi merce-denaro e nuovamente denaro-merce, è ciò che contraddistingue oggi un paese economicamente sviluppato da uno ancora classicamente arretrato e povero. Questa specializzazione consente di raggiungere livelli di produttività, e quindi di benessere collettivo, impensabili per economie basate sull’autoproduzione ed il consumo diretto. Una fiscalità elevata è catastrofica per un sistema economico moderno proprio perché và ad interferire con il funzionamento di questo basilare meccanismo.

Chiariamo quest’ultimo punto. Ciascun bene o servizio che un italiano oggi acquista è prezzato sulla base di un costo medio orario lordo del lavoro pari, poniamo, a 100.  E per lordo intendo, qui, lordo anche dei contributi INPS a carico dell’impresa. Un’ora di lavoro frutta invece oggi in media, ad un italiano, un netto di meno di 35 lire. E per netto intendo, qui, netto anche di IVA, ICI, tasse sui carburanti, tasse varie auto, etc. etc.  Ecco spiegata la natura del disagio dovuto ad una fiscalità elevata. Un’ora del proprio lavoro rende meno di 35, un bene o servizio incorporante un’ora di lavoro altrui costa 100. la specializzazione nella produzione dei beni finalizzata allo scambio degli stessi viene resa meno conveniente. Il settore privato dell’economia soffre.

Definiamo ora un fattore di disagio d per gli italiani come funzione dell’aliquota media fiscale/contributiva t. Tale fattore, alla luce di quanto visto sopra, potrà essere dato dalla formula: d=[1/(1-t)]-1. Dove il rapporto 1/(1-t) rappresenta il fattore di moltiplicazione dei prezzi reali di scambio di beni e servizi dovuto ad un dato t. Mentre il -1 rappresenta un termine di standardizzazione che fa sì che d(t=Ø) sia pari a zero. In Italia il fattore di moltiplicazione dei prezzi reali è pari a 1/(1-0,65)=2,86 mentre il fattore di disagio d è 1,86. Si noti come d(t) tenda ad infinito all’avvicinarsi di t ad 1 (statalismo assoluto), con il ritorno di un’economia in precedenza sviluppata verso forme primitive di autoproduzione e consumo diretto.

La formula qui proposta per il disagio fiscale d(t) è riscrivibile come: d=[1-(1-t)]/(1-t). Qui il numeratore è interpretabile come la differenza tra, il prezzo reale che i beni scambiati sul mercato raggiungono in presenza di un prelievo fiscale t, standardizzato pari ad 1, ed il prezzo che quegli stessi beni avrebbero sul mercato in assenza di prelievo, e cioè 1-t. Il disagio stesso è a sua volta reinterpretabile, quindi, come la misura dell’incremento percentuale del prezzo reale di mercato che subiscono beni e servizi causa la presenza di un prelievo fiscale t. In Italia tale aumento è pari al … 186%.

Qualsiasi considerazione circa le dimensioni ottimali del settore pubblico di un dato paese dovrà tener conto dell’interazione di innegabili fattori di beneficio con l’importante fattore di disagio qui visto. Una funzione che interpreti i benefici marginali di una spesa pubblica finanziata da t avrà una forma pressoché simmetrica verticalmente a quella della funzione disagio qui analizzata. I benefici tenderanno ad essere infinitamente elevati per valori di t vicini allo Ø. Tenderanno però anche ad un valore finito, possibilmente negativo o al più nullo, per valori di t vicini ad 1.

L’analisi qui svolta tende ad escludere che possano venire di per sé considerate ottimali proposte di società estreme. Orientate verso un liberismo capitalistico incontrollato (t vicino allo zero),  piuttosto che verso forme di socializzazione comunistica di tutti i beni (t vicino ad uno). Rende però anche difficilmente giustificabili proposte di patti sociali che prevedano aliquote fiscali/contributive superiori al 50%.

Samuel Magiar (Economista)  samuel.magiar@tin.it