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Politicamente Scorretto rubrica a cura di Carlo Stagnaro |
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file in formato Word (vin-zip) Tassati
di tutto il mondo, unitevi! Processo all’imposizione fiscale Di Carlo Stagnaro "Ogni
ricchezza è prodotta da qualcuno e appartiene a qualcuno",
Ayn Rand "I
fatti sono questi : il Governo, come un bandito, dice
all’individuo : "O la borsa o la vita". Certo che il
Governo non sorprende l’individuo in un posto isolato, e non salta
fuori da un fosso per puntargli la pistola alla tempia e svuotargli le
tasche. Ma la rapina rimane una rapina comunque, ed è ancora più vile
e vergognosa. Il bandito almeno si assume la responsabilità, il rischio
e le colpe delle proprie azioni. Non ha alcuna pretesa di avere diritto
al tuo danaro, e non vuole farti credere che lo userà a tuo beneficio.
Non pretende di essere nient’altro che un rapinatore. Non è
abbastanza impudente da qualificarsi come "protettore". E poi,
una volta che ti ha preso i soldi, ti lascia finalmente andare. Non
tenta di farti fare la figura dell’idiota o di farti schiavo, oltre a
rubarti i soldi", Lysander Spooner "Chiunque
è libero di fare del bene, ma a sue spese" Milton Friedman Introduzione
La tassa, questa conosciuta
Prima
di intraprendere questa analisi della natura della tassazione è bene
chiarire cosa si intende per "tassa": una tassa è un
qualunque pagamento coatto di un individuo a qualcun altro. Il fatto che
tale "qualcun altro" sia un individuo, un gruppo organizzato,
uno Stato o qualsiasi altro ente non cambia molto la sostanza: cambia
semmai il fine cui l’oppressione è rivolta, ma l’oppressione è e
resta oppressione. Sotto
questo punto di vista non ha senso neppure distinguere tra tasse "a
fin di bene" e tasse "mal indirizzate", né ha alcun
diritto di esistere un eventuale Robin Hood che rubi ai ricchi per dare
ai poveri. Ammesso che i ricchi possano accampare legittimi titoli di
proprietà sui propri possedimenti (supponendo cioè che non abbiano
rubato a loro volta) non cambia assolutamente nulla (salvo
nell’opinione della vittima, che eventualmente potrà decidere di non
punire il ladro) se i proventi del furto vengono utilizzati per rendere
ricco lo stesso Robin Hood o piuttosto per edificare un orfanotrofio o
dar da mangiare agli affamati: il furto è sempre furto, a prescindere
dalle modalità in cui si svolge e dal movente che l’ha determinato. Va
ancora notato che, coerentemente a una simile impostazione di pensiero,
non è possibile riscontrare differenza alcuna tra le tasse imposte
dallo Stato e il pizzo preteso dalla mafia: e anzi, a ben vedere, poiché
le uniche dissomiglianze stanno nell’entità del tributo e nella
vastità del campo d’azione, è ben più grave il crimine commesso
dallo Stato. Un’altra
caratteristica delle tasse è che colpiscono prevalentemente chi lavora,
dando luogo così, alla faccia della conclamata uguaglianza dei
cittadini, a due vere e proprie classi sociali, quella dei produttori e
quella dei parassiti ovvero quella dei mantenenti e quella dei
mantenuti. Le tasse sono infatti (in certa misura) proporzionali al
reddito e ai beni posseduti: chi risulta nullatenente e disoccupato non
è soggetto al pagamento di tasse. Le tasse colpiscono ogni fonte di
reddito e ogni genere di proprietà, dalla casa alla macchina, dalla
barca al motorino. Vi sono poi delle tasse più "subdole" e
nascoste, come l’IVA, che vanno a colpire una transazione di mercato:
ogni volta che compriamo qualcosa, dobbiamo pagare un tanto allo Stato,
che è così "gentile" da lasciarci scambiare le nostre merci. Ogni
prestazione "in nero" è perseguita "a norma di
legge" e lo Stato può punirla secondo le proprie norme: il che
significa riscuotere la tassa "dovuta" con l’aggiunta di una
"multa" per essersi rifiutati di dare allo Stato ciò che gli
spettava. Chiunque si rifiuti si vedrà dapprima inondare la cassetta
della posta da lettere più o meno velatamente minatorie, e poi
addirittura vedrà giungere in casa propria i "bravi" che, con
tanto di relativa ordinanza, lo trascineranno al cospetto del giudice;
la condanna sarà immediata, e alla tassa originaria e alla multa si
aggiungeranno le spese processuali (con le relative tasse…). L’opera
di propaganda a favore delle tasse (finanziata coi proventi delle
stesse), continua e martellante ovunque nel mondo, ha sortito effetti
ottimi – naturalmente ottimi dal punto di vista degli statalisti e dei
parassiti, non da quello dei tassati – al punto che anche i comuni
cittadini invocano le forze dell’ordine a difenderli dalla
"cattiveria" e dall’"egoismo" di chi vorrebbe
poter pagare meno tasse. Stranamente tutti invocano l’intervento e la
necessità di uno Stato – tassatore ogni volta che è avvertito il
bisogno di un’opera di comune utilità e nessuno si rende conto che,
potendo vivere in un mondo privo di tasse, la stessa opera verrebbe
realizzata in maniera migliore e meno dispendiosa sotto l’attento
controllo degli stessi che, magari tramite una "colletta", la
finanzierebbero, in questo caso volontariamente e scopertamente. Le
tasse hanno quindi diversi scopi e funzioni: creare e mantenere una
burocrazia che si fonda su ceti sociali parassitari, creare e mantenere
eserciti da utilizzare per conquistare nuove porzioni di territori e
popolazioni (cioè nuovi contribuenti, anche se attualmente – per
fortuna – almeno in Occidente questa pratica è notevolmente
diminuita) e realizzare infrastrutture a prezzo maggiorato.
Lo
Stato tassatore
Mettendo
insieme quanto detto è facile comprendere come, in realtà, il fine
vero e ultimo delle tasse sia mantenere un apparato statale. Cosa sia lo
Stato è un argomento che esula dalla presente trattazione (e che
richiederebbe pagine e pagine di riflessioni); basti pertanto, in questa
sede, elencare alcune caratteristiche fondamentali dello Stato e comuni
a tutti i tipi di Stato (moderno), qualunque sia il loro assetto
politico - istituzionale. Lo
Stato è una macchina burocratica e coercitiva gigantesca, che si occupa
di regolare le transazioni tra esseri umani: lo Stato cioè si prende la
briga – peraltro senza mai interpellare i diretti interessati – di
gestire, in un regime di monopolio o comunque da una posizione
privilegiata, una moltitudine di associazioni volte ai fini più
disparati. Vi sono organizzazioni per la protezione degli individui
(polizia, forze dell’ordine…), altre per dirimere eventuali dissidi
tra cittadini o per punire i criminali (magistratura), altre ancora per
promuovere manifestazioni culturali o sportive e così via. Il tutto è
coordinato da un apposito ente (di volta in volta il Governo, il
parlamento, il re,…) che tende sempre e inevitabilmente ad accrescere
il proprio potere, e cioè ad aumentare gli ambiti di propria
competenza. Naturalmente i costi di una simile macchina sono
elevatissimi, e i soldi necessari si ricavano dalle imposte. Vi
è quindi una corrispondenza biunivoca tra tasse e Stato: laddove c’è
uno Stato, inevitabilmente la popolazione ad esso sottomessa è tassata,
e viceversa laddove una comunità umana è tassata, lì vi è uno Stato
a gestire i proventi delle tasse stesse. Ora,
poiché lo Stato vive coi proventi delle tasse, e le tasse sono
un’imposizione violenta e apparentemente inevitabile, è evidente che,
qualunque sia la loro destinazione, vi è una palese perturbazione nei
meccanismi naturali del mercato. Prendiamo in esame, ad esempio,
un’impresa statale (cioè mantenuta non solo coi propri utili, ma
anche – e spesso soltanto – con le tasse) fornitrice di un
determinato prodotto. Delle due l’una: o questa impresa detiene il
monopolio nel proprio campo, oppure entra in competizione con imprese
private. Nel
primo caso, sono evidenti gli innumerevoli difetti di tale situazione.
Innanzitutto, non si vede con quale scusa si possa giustificare il fatto
che nessun altro possa fornire quel prodotto. In secondo luogo, se è
vero che la concorrenza tende ad abbassare i prezzi – dato questo
incontrovertibile – allora risulta che lo stesso prodotto avrà un
prezzo superiore a quello di mercato, sebbene diviso in due rate (una
versata insieme alle tasse e l’altra all’acquisto del prodotto). Non
differente è l’ipotesi di una apparente concorrenza. A prescindere
dal fatto che un’impresa statale, grazie ai finanziamenti che riceve,
può tranquillamente permettersi un bilancio eternamente in passivo, è
chiaro che i suoi prodotti, al momento dell’acquisto, costeranno meno
di quelli dei privati. In realtà, naturalmente, costeranno di più,
perché verranno pagati non solo al momento dell’acquisto, ma anche al
momento del versamento delle imposte. In
entrambi i casi, poi, i dipendenti dell’impresa ricevono almeno una
parte del proprio stipendio dalle tasse, e sono quindi a tutti gli
effetti dei parassiti che gravano sulle tasche dei lavoratori comuni
(anche se, riprendendo la succitata distinzione, appartenenti senza
ombra di dubbio alla categoria degli "statali produttivi"). Lo
Stato è quindi, in ogni propria manifestazione, una vera e propria
perturbazione maligna nei meccanismi del libero mercato, che ostacola,
intralcia e a volte addirittura elimina. Un’ultima riflessione sullo Stato induce a vederlo non solo come padre – padrone – predone, ma addirittura come nuovo negriero e schiavista. Essere schiavi significa infatti dover tributare tutto o parte del prodotto del proprio lavoro a un padrone; il fatto poi che il padrone sia un feudatario, una società o uno Stato cambia ben poco nella condizione di schiavitù. Ed è un dato di fatto che ognuno di noi debba versare il 60% circa di quanto guadagna alle casse statali: il che significa che il 60% circa del nostro lavoro ci è estorto da qualcun altro; il che significa ancora che, dal 1 gennaio 1993 al 4 agosto dello stesso anno abbiamo lavorato per lo Stato, e il resto del tempo per noi stessi. Vale a dire che, nel 1993, 216 giorni su 365 li abbiamo dedicati al "settore politico", e i restanti al "settore privato": una mostruosità che non si vedeva dai tempi dell’Impero romano.
Ogni
tassa è un furto La vita, la libertà e la ricerca della felicità Secondo
la teoria liberale, "tutti gli uomini sono creati uguali":
trovarsi d’accordo significa ammettere due dati di fatto che, seppure
possono sembrare banali, vengono sistematicamente negati dalle dottrine
non liberali. Queste due affermazioni sono che ogni uomo è uomo e ogni
uomo è uno. In altre parole si vuol dire che in primo luogo non
esistono in natura uomini "di serie A" e uomini "di serie
B", ossia uomini con più diritti e uomini con meno diritti: tale
differenza – che oggi è invece all’ordine del giorno, nonostante le
dichiarazioni in senso contrario rese assai frequentemente agli organi
di stampa dalle vestali del centralismo selvaggio – è frutto delle
politiche stataliste e protezioniste che, almeno in Occidente, hanno
avuto la meglio su quelle liberali e liberoscambiste; dalla negazione
che ogni uomo è uomo nascono i totalitarismi "di destra" (e
cioè i vari nazionalismi che hanno reso tragico il nostro secolo). In
secondo luogo, affermare che "ogni uomo è uno" significa
rifiutare ogni collettivismo, e con esso tutte quelle filosofie
illiberali che si basano sui presunti diritti delle comunità e in
generale sulla prevalenza dei gruppi sugli individui: dal rifiuto di
tale asserzione nascono i totalitarismi "di sinistra" (a
partire dal comunismo che ha rovinato l’est europeo). Tutti
i diritti sono dunque prerogativa degli individui, e non dei gruppi, e
tutti gli individui hanno pari diritti. I problemi sorgono a questo
punto al momento di classificare questi diritti, col rischio di
incorrere talvolta in errori o fraintendimenti che spingono
un’impostazione inizialmente liberale a spostarsi ora a destra, ora a
sinistra. Andando a leggere le opere dei molti teorici politici che la
storia della filosofia ricordi, qualunque cosa è stata almeno una volta
definita "diritto", arrivando anche a vere e proprie assurdità
(alcune delle quali sono purtroppo ancora oggi ritenute valide…). I
diritti generalmente accettati dal liberalismo autentico, però, sono
principalmente quattro: la vita, la proprietà, il diritto di parola e
quello di associazione. In realtà, come ha brillantemente dimostrato
Murray Newton Rothbard, tutti sono riconducibili al solo diritto alla
proprietà privata: la vita infatti può essere vista come
"proprietà del proprio corpo", mentre per esprimere il
proprio pensiero è necessario possedere uno spazio su cui scrivere (o
in cui parlare) così come per associarsi è necessario almeno un luogo
fisico in cui incontrarsi. Essere "proprietari" di qualcosa
significa infatti – e non potrebbe essere altrimenti – poterne fare
quello che si vuole: tenerlo per sé, farne l’uso ritenuto migliore,
scambiarlo o addirittura distruggerlo. Ammettere l’esistenza di un
diritto naturale alla proprietà privata significa quindi anche
riconoscere l’esistenza e la legittimità del libero mercato: al
contrario, qualunque atto volto a impedire o eliminare la proprietà
privata è illegittimo e criminale. Thomas
Jefferson, nella Dichiarazione d’Indipendenza americana – di cui fu
l’unico autore – parla anche di ricerca della felicità. Con ciò
non intende naturalmente dire che ciascuno abbia diritto a essere felice
ma, appunto, a perseguire la soddisfazione dei propri desideri come
meglio crede: "se avesse scritto che ognuno ha diritto alla felicità,
egli avrebbe vincolato i Governi americani a fornire una determinazione
quantitativa del termine felicità, dando così avvio a pratiche di
pianificazione economica e sociale distruttrici di un’intera nazione.
Ma Jefferson […] ha utilizzato una terminologia ben precisa, parlando
di ricerca della felicità; e con ciò ha inteso affermare che ogni uomo
deve essere libero di scegliere il proprio destino e di indirizzarlo
secondo la propria volontà. Per poter far questo egli deve vedere
rispettato e tutelato il diritto di proprietà, base imprescindibile di
qualsiasi costruzione giuridica che non abbia la pretesa di sovvertire i
dettami della legge naturale e l’umanità stessa". La
prima condizione necessaria per tutelare la proprietà privata
(condizione che a qualcuno potrà anche sembrare tautologica) è non
violarla. Sarà anche una tautologia, ma è quello che quotidianamente
fanno gli Stati: con la pretesa di proteggere il cittadino e i suoi
averi e di garantirgli una vita serena (compiti che, oltre ad essere del
tutto arbitrari, vengono svolti nel peggiore dei modi) lo Stato esige
dal cittadino stesso un compenso, che si concretizza nella tassazione.
Come ha ben notato il polemista anarchico americano del secolo scorso
Lysander Spooner lo Stato si comporta al pari di un criminale che, con
la minaccia e la violenza, estorce al malcapitato tutti o parte dei suoi
averi, senza avere neppure la dignità di riconoscersi un delinquente,
ma anzi volendo convincere il meschino di essere al suo servizio. In
realtà quindi lo Stato, oltre a non agevolare l’uomo nella sua
"ricerca della felicità", addirittura lo ostacola. Le tasse,
che sono null’altro che un’imposizione arbitraria e violenta, vanno
a negare i legittimi diritti di proprietà di ciascuno di noi, e il
discorso vale particolarmente in Italia, paese forse unico nel mondo
civile per inefficienza, in cui a una pressione fiscale a dir poco
esagerata corrisponde un servizio degno neppure del più arretrato Stato
del Terzo Mondo. Una
tassa ti rovina la vita Finora
si è parlato genericamente di "tasse" e si potrebbe quindi
obiettare che, di fatto, non si è ancora toccato il nocciolo della
questione. Ci occuperemo pertanto ora di esaminare, una per una, le
principali destinazioni delle tasse, in maniera tale da verificarne
l’illegittimità e la nocività. Per fare ciò, può essere utile
impostare una prima distinzione: se ad ogni tassa corrisponde infatti
(almeno a parole) un servizio da parte dello Stato, e se lo Stato tende
a espandersi fino ad occupare ogni ambito possibile, è possibile
dividere tra competenze "naturali" dello Stato e competenze
"aggiunte", intendendo con le prime quegli ambiti che,
generalmente, si ritengono troppo delicati per essere affidati ai
privati (ad esempio le forze dell’ordine e l’amministrazione della
giustizia) e con le seconde quei compiti che lo Stato, negli anni, si è
assegnato contro o malgrado la volontà popolare. Mentre per ovvi motivi
queste ultime non pongono grossi problemi (e quindi verranno qui
esaminate solo sommariamente) ci soffermeremo sulle altre, il cui lungo
elenco è preoccupante e avvilente: preoccupante perché dà la misura
di quanto la mentalità statalista si sia fatta strada tra la gente;
avvilente perché dimostra quanto sia carente, non solo in Italia ma
ovunque nel mondo, la libertà di cui i cittadini godono e a cui
avrebbero diritto. Se infatti è vera (come del resto hanno dimostrato
in maniera ampia e diffusa tutti i teorici del liberalismo)
l’equazione che potremmo esprimere in forma matematica come
"Stato per società uguale costante", è ovvio che aggiungere
competenze allo Stato significa privare la società dei propri diritti:
in altre parole aumentare il "potere statale" a discapito del
"potere sociale" significa incrementare le possibilità dei
"mezzi politici" a dispetto di quelle dei "mezzi
economici" e cioè, in ultima analisi, togliere diritti ai
cittadini produttori per assegnarli a quei due immensi ceti parassitari
(politici e burocrati) che già oggi stanno dominando e condizionando in
negativo la nostra vita. Cominceremo, per semplicità, da quelle che abbiamo definito "competenze aggiunte".
Le competenze "aggiunte" dello Stato
Lo
Stato oggi gestisce una miriade di imprese che sostiene di dover
mantenere in quanto "di pubblica utilità". Si è già visto
come la presenza di un’industria statale (cioè finanziata non solo in
base alla propria produttività, ma anche con le tasse e, quindi,
sottratta alla possibilità di fallire) costituisca un’alterazione
nelle leggi del mercato, e abbia l’unico effetto di creare una
situazione di "minimo servizio alla massima spesa" – si noti
che il mercato, se lasciato a se stesso, tende invece alla situazione
opposta del "massimo servizio con la minima spesa". Il fatto
che queste industrie ci siano e siano numerose significa quindi che,
ogni giorno della nostra vita, spendiamo più del necessario in cambio
di prestazioni inferiori al dovuto. Qualche
esempio può essere utile. Lo Stato detiene il monopolio (!) per quanto
concerne tabacchi e altre sostanze: questo significa che, in Italia, è
di fatto vietata la concorrenza tra produttori di sigarette. In effetti,
qualunque marca si scelga, si constaterà che vi sono due o tre
scaglioni di prezzi, determinati dalla diversa qualità di tabacco e
altri parametri, e che soprattutto tali prezzi sono altissimi. Il
concetto di "prezzo alto" non è naturalmente un concetto
assoluto: è sufficiente però raffrontare il costo delle sigarette in
Italia con quello in qualunque paese estero per rendersene conto. Non è
un caso che tutti coloro che vanno in crociera o comunque si imbarcano
aspettino di comprare le sigarette al di fuori del confine italiano: a
una determinata distanza dalla costa, infatti, venendo meno la
giurisdizione italiana i prezzi letteralmente si abbattono! Lo Stato ha
poi imposto alle case produttrici di sigarette di scrivere sulle
confezioni messaggi minatori e truci, in maniera tale da scoraggiarne
l’acquisto. Lo Stato finanzia inoltre numerose e costose campagne
contro il fumo (di cui, è bene ricordarlo, detiene il monopolio!) e
impone alle scuole di trattare l’argomento. Lo Stato infine ha imposto
con proprie leggi che in tutti i locali pubblici (comprendendo in tale
categoria anche ristoranti, sale di lettura, biblioteche private…) non
si possa fumare: un comportamento simile, dannoso e contraddittorio,
determina una situazione paradossale, in cui l’unico distributore di
una determinata merce boicotta se stesso! Senza contare, naturalmente,
che se le sigarette fossero lasciate al mercato e liberate dalle tasse,
costerebbero molto meno. Un
altro settore in cui lo Stato spadroneggia è quello dei trasporti
pubblici. Se consideriamo le ferrovie dobbiamo rilevare che a fronte di
un servizio che definire scadente è un eufemismo (sia per la qualità
dei treni, molti dei quali vecchi di oltre cinquanta anni, sia per la
qualità della linea, che in alcuni tratti risale addirittura al secolo
scorso, sia per i ritardi che le FS ci garantiscono con la puntualità
di un orologio svizzero), abbiamo biglietti dal prezzo assai elevato e,
come se non bastasse, enormi finanziamenti statali. Anche qui è vietata
la concorrenza, coi risultati che vediamo, non ultimi i numerosissimi
incidenti e deragliamenti di cui quasi quotidianamente la cronaca ci
informa: e anche qui si ha una discriminazione e un’estorsione palese
e consistente nei confronti di quanti i treni non li usano. Discorsi
analoghi si potrebbero fare per la telefonia, gestita in un regime di
monopolio da Telecom, che oltretutto ha tariffe elevatissime, e per la
telefonia cellulare (campo in cui l’ingresso di un solo concorrente ha
determinato un crollo dei prezzi) in cui invece abbiamo un duopolio, ma
non una vera e propria concorrenza. E ancora radio e televisioni (tre e
tre!) che, oltre a assorbire una mole enorme di quattrini, forniscono
un’informazione partigiana e ondivaga, sempre filogovernativa e mal
distribuita, gioco d’azzardo e quant’altro. Anche se l’elenco potrebbe essere ancora lungo, l’essenziale è sottolineare come in tutti questi ambiti (che pure il buon senso comune vorrebbe affidati ai privati) l’intervento dello Stato sia dannoso e costoso. Laddove lo Stato gestisce monopoli infatti abbiamo situazioni disastrose, mentre dove lo Stato si è infilato in un secondo tempo si arriva rapidamente all’annientamento di fatto della concorrenza, e si ricade nella situazione di cui sopra. Purtroppo, finché continueremo ad affidare il potere nelle mani di politici, burocrati e amministratori irresponsabili, l’elenco potrà solo aumentare.
Le competenze "naturali" dello Stato
Spesso
però anche i liberali più genuini storcono il naso allorché sentono
parlare di privatizzazioni "selvagge" (così le chiamano
quanti le aborriscono: come se "selvaggio" non fosse il
dominio dello Stato sulla nostra vita!). Infatti, sostengono, vi sono
alcuni ambiti che non possono essere affidati al mercato in quanto
richiedono la presenza di un organismo super partes che sappia trattare
con perfetta equidistanza il problema, oppure perché trattasi di
servizi "indispensabili" di cui tutti devono godere: è questo
il caso (almeno) dell’istruzione, dell’assistenza, delle forze
dell’ordine e dei tribunali, dell’ecologia, della guerra e del
servizio militare. ·
L’istruzione In
Italia vi sono sostanzialmente tre imposizioni statali relative
all’istruzione: secondo la prima, in nome del diritto
all’istruzione, viene introdotto il dovere a frequentare la scuola
fino ad una determinata età (sempre soggetta ad essere elevata: nessuno
però propone di abbassarla, o di eliminare l’obbligo). In secondo
luogo lo Stato ha istituito la cosiddetta scuola pubblica, finanziata
coi soldi di tutti, e addirittura le scuole private per far sì che il
proprio titolo di studio abbia validità devono essere
"parificate", ovvero legalmente riconosciute. Infine lo Stato
stila una lista dei libri di testo permessi e scrive i programmi
scolastici. Il
fatto di obbligare tutti i giovani di una certa età a frequentare la
scuola dà luogo a una situazione fin troppo nota. Si viene a creare
infatti uno stuolo di ragazzi che, contro voglia, segue delle lezioni
nei cui confronti prova il più assoluto disinteresse; inoltre, in nome
di un preteso diritto all’uguaglianza nell’apprendimento, i
professori sono costretti a stare al passo degli alunni "meno
svegli", col risultato che questi ultimi – non essendo in grado o
non avendo alcun interesse – continuano ad avere un rendimento
insufficiente, mentre chi invece sarebbe portato allo studio è
costretto a interminabili, ripetitive e inutili lezioni. Possono
essere trattate insieme le questioni del titolo di studio
"legalmente riconosciuto" e dei testi scolastici obbligatori.
Entrambe queste norme infatti danno luogo a una assurda uniformità
negli insegnamenti per cui sicuramente qualcuno (minoranza o
maggioranza?) sarà discriminato. Non è casuale che, ad ogni cambio di
maggioranza parlamentare, ci si affanni sulla riforma della scuola
pubblica, vero e proprio strumento politico alla mercé dei governanti
per forgiare generazioni ubbidienti e poco inclini al ragionamento e
alla ribellione. La scuola deve essere laica o confessionale? Deve dare
un’impostazione liberale o socialista? Deve educare al nazionalismo
collettivista o all’individualismo? Deve insegnare il rispetto delle
leggi o proporre un atteggiamento critico nei confronti delle stesse?
Qualunque scelta si effettui, chiaramente, almeno una parte della
popolazione, pur essendo contraria, sarà costretta a veder i propri
figli educati in maniera diversa o addirittura opposta da quella
giudicata corretta. L’istruzione pubblica quindi, oltre a non avere materialmente gli strumenti per accontentare i genitori che vorrebbero poter educare i figli in una certa maniera e a impedire ai ragazzi di seguire le proprie naturali inclinazioni e i propri desideri, è anche una delle armi più potenti per accrescere il potere dei governanti e minimizzare il dissenso nei propri confronti. E’ perciò iniqua e pericolosa, oltre che costosa e – come al solito – inefficiente.
Assistenza e Stato sociale
Anche
qui sono molteplici le critiche che si possono rivolgere – non solo
dal lato teorico – alla gestione statale dell’assistenza e della
previdenza. Partiamo pure da quest’ultima. Tanto per cominciare, non
è chiaro in base a cosa da un lato sia obbligatorio versare dei
contributi per avere una pensione e, dall’altro, sia obbligatorio
versarli allo Stato. Se io decidessi che il mio reddito ha più valore
oggi che domani, non si vede perché non potrei spenderlo interamente.
Qualcuno potrebbe obiettare che, se io agissi così, mi troverei in
enormi difficoltà nella mia vecchiaia, non potendo più disporre dei
mezzi necessari al mio sostentamento. Compito dello Stato, quindi,
sarebbe quello di limitare la mia irresponsabilità e garantirmi una
certa sicurezza e serenità per l’avvenire. La risposta che va rivolta
a critiche di questo genere non può che essere "Ciò che farò da
anziano sono fatti miei". Bisogna infatti smettere di credere che
lo Stato sia una sorta di creazione divina donata agli uomini per
garantire loro equità sociale e benessere: se così fosse, infatti, lo
Stato non agirebbe con metodi iniqui e predatori come il furto e la
rapina che, invece, utilizza in dosi massicce. Se è vero che la
proprietà privata è un diritto naturale, e che possedere qualcosa
significa poterne fare ciò che si vuole, allora nessuno, nemmeno lo
Stato, può avere la pretesa di sequestrarci una parte dei nostri beni
con la promessa (generalmente non mantenuta…) di restituirceli in
futuro. D’altra
parte, è ragionevole pensare che pochi siano sconsiderati a tal punto
da non riservare almeno una minima quantità di guadagni al futuro: in
tal caso, sono ben più efficienti le pensioni private che, sebbene in
maniera solo integrativa, esistono già oggi. Qualunque servizio venga
offerto dallo Stato, infatti, risulta migliore e più efficiente se
acquistato da privati cittadini che, dovendo sottostare alla concorrenza
e dovendo far quadrare i conti, sono costretti a garantire un certo
livello di soddisfazione delle aspettative. Lo Stato invece, essendo
gestito in maniera irresponsabile da gente che amministra i soldi
altrui, non può che essere un campione nello spreco e nella cattiva
qualità del servizio offerto. Lo
Stato inoltre è solito finanziare l’assistenza coi fondi destinati
alla previdenza: in altre parole i versamenti che tutti effettuiamo
perché costretti non vengono messi da parte, come lo Stato promette, ma
immediatamente utilizzati per altri motivi. In particolare, ciò che noi
abbiamo duramente guadagnato viene destinato a coloro che, ci dicono, ne
hanno più bisogno di noi. Si creano così vere e proprie truffe ai
danni di chi produce: istituti come la cassa integrazione (pubblica), le
pensioni di invalidità, i sussidi di disoccupazione, i lavori
socialmente utili, i prestiti d’onore infatti altro non sono che
meccanismi per assegnare ad altri i nostri soldi. Nello specifico, si
discrimina chi lavora per privilegiare chi, invece, non sta lavorando e
quindi "ha bisogno". Politiche
simili poi, oltre ad essere ingiuste, sono anche dannose. Supponiamo che
venga regalato un assegno di un milione di lire mensili a chi è
disoccupato. Coloro che, pur lavorando otto ore al giorno tutti i giorni
che il Signore manda in terra, si troveranno ad avere uno stipendio di
poco superiore (se non inferiore) saranno ovviamente spinti a chiedersi:
"ma chi me lo fa fare di sudare se quelli, non facendo niente,
guadagnano quasi quanto me?". Molti di loro rinunceranno al lavoro
per essere mantenuti sulle spalle di altri. Aumentando così le spese
statali, diminuirà anche il margine di guadagno degli altri. E’
chiaro che, a lungo andare, questo procedimento si reitererà più e più
volte, fino a creare un disastro non così lontano dalla nostra realtà. Anche lo Stato sociale, quindi, oltre a essere ingiusto e discriminatorio, tende a rovinare un’economia che altrimenti sarebbe sana e a favorire la nascita di una classe sociale parassitaria di nulla facenti.
Le forze dell’ordine e l’amministrazione della giustizia
Se
molti sono disposti a seguire la teoria libertaria della concorrenza –
efficienza, ben pochi sono disposti ad accettare la privatizzazione di
settori come quello giudiziario, generalmente considerati di
irrinunciabile competenza dello Stato. Se questo fosse vero, però, le
cose dovrebbero andare bene, poiché in nessun paese al mondo il Governo
ha rinunciato al monopolio della violenza; invece, in Italia, l’80,7 %
dei delitti rimane senza colpevole: il che la dice lunga quantomeno
sull’efficienza del servizio statale. Ma il problema non è solo di
efficienza: vi è alla base una concezione delle giustizia ben lontana
dalla visione liberale. Secondo
i liberali, infatti, ogni qual volta viene commesso un crimine chi deve
essere risarcito è la vittima, e cioè chi il crimine l’ha subito in
prima persona. Secondo il collettivismo dominante, invece, a meritare il
risarcimento sarebbe la "società": il che porta a evidenti
paradossi, come nel caso di chi, dopo aver visto freddare senza alcuna
pietà un parente, è anche costretto a pagare vitto e alloggio
all’esecutore del delitto per tutta la sua permanenza in prigione.
Inoltre, i poliziotti stessi, che ricevono lo stipendio
indipendentemente dalla propria abilità nello sventare crimini non sono
affatto invogliati a rischiare la pelle in cambio di un emolumento che,
oltre a essere comunque garantito, non è neppure alto. Infine le forze
dell’ordine, godendo di una sorta di superiorità sociale nei
confronti di chiunque altro, possono permettersi la tradizionale
arroganza che le contraddistingue, diventando più uno spauracchio nei
confronti di chi lavora (che rischia ogni giorno multe sproporzionate
per aver violato questo o quel codicillo) che non un’istituzione posta
a tutela dei cittadini. Ben
diversa sarebbe la situazione in un’ipotetica società libertaria, in
cui possano esistere numerose agenzie di sicurezza in concorrenza tra di
loro: in realtà una cosa simile, sebbene in misura ridotta, accade già
oggi con l’esistenza di agenzie di vigilanza e di investigazione
privata che hanno successo in virtù della loro maggiore funzionalità
rispetto al servizio statale. I dipendenti di simili agenzie avrebbero
tutto l’interesse, per non perdere lavoro e stipendio, non solo a
essere gentili coi cittadini (tutti potenziali clienti) ma anche a
essere rapidi ed efficienti nel porre rimedio a torti e ingiustizie.
D’altra parte dovrebbero restituire il maltolto alla vittima, e a
nessun altro: e in cambio della propria azione riceverebbero il compenso
preventivamente stabilito. Altro
è il discorso relativo a tribunali e corti di giustizia. Anche qui
abbiamo un sostanziale fallimento da parte dello Stato e un sempre più
frequente ricorso ad arbitri privati designati di comune accordo dai
contendenti. Il problema è semmai stabilire, in un mondo di
concorrenza, quali siano le leggi che devono essere fatte rispettare. Bisogna
operare intanto una distinzione: vi sono infatti azioni che vanno
comunque considerate reati, altre che dipendono da tutta una serie di
condizioni. Ad esempio un omicidio (che non sia per legittima difesa) è
sempre un reato, e non vi è ragione che alcuni tribunali privati
neghino la sua natura criminale. Per riprendere un esempio di Rothbard,
è chiaro che nessun tribunale si può permettere di dichiarare fuori
legge tutti coloro che hanno i capelli rossi. Vi
sono poi azioni che, pur non essendo necessariamente reati, possono
essere punite in determinate circostanze. Facciamo un esempio: A e B
possiedono due terreni, ed entrambi permettono a tutti il libero
accesso, ma, mentre A non pone alcun limite, B stabilisce che chiunque
metta piede sul suo territorio non possa fumare. Ora, mentre A non ha
alcun bisogno di stipendiare un servizio di vigilanza, B, non potendo
confidare nell’onestà degli altri cittadini, assumerà un determinato
numero di poliziotti con lo specifico compito di far rispettare il
divieto imposto. E’ chiaro quindi che il fumo, pur essendo un’azione
di per sé legittima, sul terreno di B è un reato poiché contravviene
alle disposizioni espressamente dettate da B stesso, e può quindi
essere legalmente e legittimamente perseguito: solo che B, se vuole
essere veramente certo che tutti seguano le sue indicazioni, dovrà
impegnare dei capitali. In altre parole, ciascuno è libero di fare
quello che vuole, ma deve anche "pagare il biglietto": così,
mentre il "proibizionista" B dovrà mettere in conto una
spesa, il "tollerante" A potrà destinare ad altri capitoli le
proprie risorse. Anche la giustizia dunque può essere amministrata dai privati e delegata al mercato con risultati ben superiori a quelli attuali e, soprattutto, il mercato sarà sicuramente in grado di renderla una giustizia giusta, poiché saranno le leggi a doversi adattare alle esigenze di ogni singolo individuo e non, come accade oggi, i liberi cittadini a vivere nel terrore di infrangere il comma tale dell’articolo tale di una delle miriadi di leggi esistenti, molte delle quali oltretutto in contrasto stridente tra di loro, col diritto di natura e col buon senso.
L’ecologia e la tutela del territorio
Le
tematiche ecologiche e le soluzioni all’inquinamento fanno parte, come
le forze dell’ordine, di quelle competenze "irrinunciabili"
dello Stato. Anche a livello politico, in Italia e all’estero, vi è
una prepotente egemonia della cultura collettivista, che – come
vedremo – ha in realtà causato danni ben maggiori di quelli che si
volevano risolvere. Tanto
per cominciare, neanche un cieco può esimersi dal notare che tra tutte
le risorse disponibili quelle più inquinate sono pubbliche, cioè prive
di un proprietario: l’aria e le acque. Già questo dovrebbe far venire
qualche sospetto. Come notava a suo tempo Aristotele, mentre tutti sono
disposti a curare con la massima attenzione ciò che è proprio, ben
altra è l’attenzione rivolta a ciò che è di tutti (o di nessuno,
che è la stessa cosa). In altre parole, fin dall’inizio la res
publica è destinata all’incuria, al pari – e non potrebbe essere
altrimenti – della res nullius. D’altra parte, si obietterà, se in
qualche maniera è possibile immaginare la privatizzazione dei fiumi e,
in misura minore, degli oceani, è impossibile concepire un proprietario
dell’aria. Comunque,
già la privatizzazione delle acque sarebbe un bel passo avanti. Nessuno
avrebbe infatti interesse ad inquinarle: né il proprietario (perché
avrebbe ragionevolmente maggiori prospettive di rendimento da parte di
risorse in ordine e ben tenute) né tutti gli altri (perché inquinare
un fiume altrui è la stessa cosa che incendiargli la casa: e cioè
un’aggressione alla sua legittima proprietà, e come tale punibile
anche duramente). Invece, nella condizione attuale, nonostante la
durezza delle leggi in merito, fiumi e mari sono costantemente luogo di
scarico di sostanze inquinanti e addirittura tossiche. Inoltre anche chi
è rispettoso dell’ambiente, difficilmente investirà capitali per
migliorarlo, non avendo alcuna molla economica. Al contrario, in un
ipotetico mondo libertario chiunque potrebbe avere aspettative di
guadagno da una buona conservazione delle risorse ambientali, e sarebbe
quindi spinto non solo a mantenerle integre, ma anche a curarle in ogni
minimo particolare. Diversa
è la questione dell’aria, dove è necessario sviluppare
considerazioni di altro genere. Durante i primi anni del XIX secolo
infatti i tribunali inglesi e americani, trovandosi per la prima volta
nella storia di fronte a cause relative all’immissione di fumi
nell’atmosfera, condannavano il responsabile a risarcire i querelanti
per i danni causati al loro fisico e ai loro possedimenti. In seguito
gli stessi tribunali, spinti anche dalle pressioni di alcune lobby
industriali, cominciarono a stabilire (peraltro coadiuvati da politici e
governanti) soglie "legali" di inquinamento in nome della
"pubblica utilità". La giurisprudenza, in altre parole, si è
occupata di giustificare l’inquinamento riconoscendo che, pur essendo
un reato, produceva effetti positivi di portata assai superiore a quella
dei diritti violati: ne vediamo oggi le conseguenze. C’è poi un’ultima considerazione da fare: poiché alle industrie è di fatto permesso di inquinare, esse sono spinte a indirizzare i propri fondi destinati alla ricerca e al progresso nella direzione di tecnologie inquinanti. Se invece si seguisse la vecchia common law (quella secondo cui i tribunali inizialmente condannavano gli inquinatori) gli imprenditori sarebbero addirittura costretti a trovare tecniche pulite e rispettose dell’ambiente. Anche in questo caso, dunque, il mercato è in grado, se lasciato libero, di fornire soluzioni funzionali e innovative, soluzioni ostacolate dall’invadenza statale.
La guerra e il servizio militare
Forse
la cosa può sconvolgere, ma gli Stati moderni sono nati "per fare
la guerra". Non si spiega altrimenti la nascita, da un momento
all’altro, di colossi burocratici come non se n’erano mai visti, né
è chiaro come mai fino a tre secoli fa l’Europa era un
"Arlecchino" dai mille colori mentre oggi vi sono poche grandi
potenze, ognuna col proprio esercito e le proprie terribili e
potentissime armi. Il risultato è che, nel solo XX secolo (che
oltretutto si deve ancora concludere…) si contano, a causa delle
guerre tra Stati, 40 milioni di morti fra i militari di professione e
addirittura la bellezza di 170 milioni di morti tra i civili innocenti.
A questo servono le nostre tasse: a permettere ai Governi di fare i loro
sporchi war games giocati sulle nostre spalle, coi nostri soldi e ai
nostri danni. Al giorno d’oggi, poi, alla condanna della guerra si
aggiunge anche un’altra terribile argomentazione: quella della
minaccia nucleare che, pur giudicata da qualcuno ritrita e retorica, è
purtroppo concreta. Nonostante
i propositi pacifisti di tutti i governanti, assistiamo quotidianamente
a stragi tra militari e civili causate dalla belligeranza degli Stati:
senza contare tutti quei conflitti che non vengono citati dagli organi
di informazione perché privi di "interesse strategico" o
perché "politically uncorrect". Le
guerre, oltre a comportare inutili omicidi di massa ("democidi"),
sono una vera e propria "festa degli Stati" che, potendosi
esibire nel loro miglior repertorio di retorica patriottica, colgono
sempre l’occasione per allargare i propri campi d’interesse. Non
solo: finita la guerra gli Stati, sostenendo che ciò è necessario a
causa della "drammatica situazione di emergenza che si è venuta a
creare", attuano generalmente politiche protezionistiche e
dirigiste "a termine", salvo poi dimenticarsi di restituire
alla società tutto ciò che le hanno requisito con l’inganno. Per non
andare lontano nel tempo e nello spazio, è noto come molti degli
attuali monopoli dello Stato italiano fossero fiorentissime industrie
private fino al periodo prebellico. La
questione non si esaurisce nella sola guerra: gli Stati infatti,
argomentando che "bisogna sempre essere pronti", mantengono in
vita la "leva obbligatoria" che, come vedremo, li rende
colpevoli di almeno tre gravissime violazioni delle libertà
individuali. In primo luogo una violazione della proprietà privata: i
soldi che ci vengono estorti sono diretti, tra le altre nefandezze,
anche a mantenere l’esercito e i militari di leva. Questa è
un’ingiustizia se non altro nei confronti dei pacifisti che, se
dobbiamo dare retta ai sondaggi di opinione, sono tanti. C’è
poi una vera e propria legalizzazione della schiavitù: non esiste una
parola migliore per definire quell’anno o poco meno di tempo che
qualunque cittadino italiano maschio e maggiorenne deve regalare alla
"patria" in cambio di uno stipendio da fame e spesso contro la
propria volontà. Stuoli di giovani vengono letteralmente costretti a
presentarsi, pena la reclusione e chissà che altro, per svolgere il
proprio "dovere civile" in luoghi dove dominano le peggiori
usanze e dove spesso comandano persone "poco raccomandabili". Infine
viene violato il diritto naturale di ciascuno a detenere armi
(istituzionalizzato ad esempio nel Bill of Rights americano): diritto
peraltro già pesantemente ridotto dalla questione del "porto
d’armi". Chi infatti preferisce svolgere il "servizio
civile" piuttosto che quello militare (lo Stato italiano nella sua
infinita generosità ci concede pure questa scelta…) si vede spesso
negare il porto d’armi perché, essendosi definito pacifista o
contrario alla guerra ed avendo in base a questa considerazione
effettuato la propria scelta, dimostra incoerenza o chissà cosa. A
prescindere dal fatto che l’incoerenza (finora) non è reato, a
prescindere dal fatto che chiunque (finora) può cambiare idea in merito
a qualunque argomento, i nostri solerti politici fingono di dimenticare
che sparare alle beccacce o ai cinghiali è ben diverso che sparare ai
cristiani. Non solo: qualcuno potrebbe essere contrario all’esercito
di Stato ma non all’autodifesa. Un’altra
tesi dei "militaristi" è che, se tutti sono pronti a
condannare esercito e servizio di leva, è perché non si rendono conto
della gravità del fatto di essere impreparati di fronte a eventuali
guerre. Si possono dare molte risposte: ad esempio che, nonostante
tutto, l’Italia è comunque impreparata. Oppure che di questo ci
importa poco, visto che una guerra non cambia nulla se non i nomi dei
governanti: il che non influisce sulla vita di tutti i giorni. Quest’ultima
posizione, in realtà, è opinabile ed è da tempo al centro di un ampio
dibattito tra libertari: se in teoria, infatti, può essere vero che non
vi è alcuna differenza tra "dittatori diversi", resta il
fatto che un despota può essere migliore (o almeno meno peggio) di un
altro: chiunque di noi, ad esempio, probabilmente avrebbe preferito
quando si poneva una simile prospettiva essere "conquistato"
dagli Stati Uniti piuttosto che dall’URSS. Anche se posta in questi
termini, però, la questione risulta essere ininfluente. Innanzitutto
andrebbe verificata la reale volontà del popolo. In secondo luogo
utilizzare questa giustificazione per il mantenimento di eserciti
permanenti equivale un po’, tanto per saltare di palo in frasca, a
voler mantenere il monopolio statale sul tabacco sostenendo che "in
caso contrario potrebbe verificarsi l’eventualità dell’assenza di
un distributore di sigarette": si accetta cioè un’imposizione
oggettiva in nome di una chimera o di un’eventualità, più o meno
lontana, o, peggio ancora, si vuole evitare un’ingiustizia (la
conquista da parte di una potenza straniera) ricorrendo a un’altra
ingiustizia. L’unica via d’uscita da questo "nodo gordiano" è quella di applicare alla lettera il II emendamento alla Costituzione americana, peraltro sotto questo profilo disatteso anche oltreoceano, che sancisce il diritto inviolabile di ogni cittadino a portare armi destinate all’autodifesa. A questo punto l’ordinata milizia non è più un esercito di Stato pagato coi soldi di tutti, ma piuttosto un’unione volontaria di cittadini che, avendo svolto le proprie considerazioni e le proprie valutazioni in merito, ritiene preferibile il Governo attuale a quello invasore.
Le tasse garantiscono "equità sociale"?
Abbiamo
visto che le tasse sono "in sé" illegittime e rappresentano
un furto di massa. Oltre a questo, bisogna sottolineare che le tasse
sono anche "mal distribuite": vi sono infatti sostanzialmente
tre modi di "assegnare" ad ognuno la sua tassa e, come
vedremo, nessuno dei tre risponde (come del resto è ovvio) ai tanto
sbandierati criteri di giustizia ed equità. Si
può pensare ad esempio che tutti paghino un quantitativo fisso ogni
anno. Le pecche di questo metodo sono evidenti: tanto per cominciare
coloro che guadagnano una cifra minore, uguale o poco maggiore a quel
quantitativo risultano impossibilitate a pagarlo. Ma si potrebbe
esonerarli: col risultato di spingere coloro che guadagnano poco più
della soglia di esonero a ridurre il proprio reddito in maniera tale da
rientrare nelle agevolazioni, creando così un meccanismo a catena ben
descritto da Rothbard. Inoltre (è questa la tesi di alcuni socialisti)
pagare X è più difficile per chi guadagna "X + 1" che non
per chi guadagna "X + 10": questo perché, in proporzione, la
stessa somma ha un valore maggiore per chi guadagna meno. Sono gli
stessi statalisti dunque a riconoscere l’ingiustizia di un metodo
simile. Ecco
allora che viene proposta la "proporzionalità"
dell’imposta: si fissi cioè una percentuale (sul reddito e / o sul
capitale) che ognuno deve pagare. Ma, come sostiene correttamente Pascal
Salin, questo rappresenta un’ingiustizia nei confronti di chi è più
ricco: sarebbe come se, andando dal macellaio, il prezzo della bistecca
fosse proporzionale al reddito! D’altra parte, secondo i
collettivisti, anche in questo caso si viene a creare un’ingiustizia,
perché la stessa percentuale "pesa" di più a chi ha meno.
Anche in questo caso dunque sono gli stessi sostenitori dell’imposta a
dichiarare una situazione di "ingiustizia" sociale. Si
arriva così all’apoteosi dell’iniquità: l’imposta progressiva,
secondo cui il dazio non solo deve essere tanto maggiore in valore
assoluto quanto più uno guadagna, ma addirittura deve progredire anche
percentualmente! Inoltre la progressività è un sistema che, se in
teoria potrebbe funzionare, ottiene un incredibile effetto
disincentivante. Chi lo sostiene, infatti, suppone che chiunque lavori
al massimo indipendentemente dalle tasse: e questa è una falsità.
Tutti coloro infatti che hanno un reddito lievemente al di sotto dello
"scatto" progressivo, naturalmente, accetteranno solo aumenti
consistenti: sebbene la progressività sia congegnata in modo tale da
incoraggiare, almeno all’apparenza, chi desidera avere un reddito
maggiore, che anche dopo aver pagato le tasse si trova in tasca una
accresciuta disponibilità di liquidi, spesso nella realtà si verifica
la situazione opposta. Sommando il denaro versato allo Stato
all’aumento della spesa in tutta una serie di servizi statali (ticket
sanitari, università…) è possibile che, de facto, ci si trovi con un
reddito reale addirittura diminuito. La
progressività, quindi, riduce le aspettative, aumenta i rischi e,
quindi, ha un effetto di staticizzazione della società. Tutti
e tre i metodi citati, poi, si basano sull’erronea presunzione di
poter assegnare a reddito e capitale un valore "assoluto": ma
in verità, chi può essere in grado di dire se 10.000 £ hanno più
valore per chi ne guadagna 1 milione o per chi ne guadagna 2 milioni? Il
valore di un reddito dipende anche dalle esigenze di chi lo percepisce.
E’ ancora Salin a spiegarci con un esempio la questione, portando
davanti ai nostri occhi una situazione paradossale. Supponiamo che Luigi
e Giorgio guadagnino la stessa cifra ma, mentre Luigi la spende
interamente, Giorgio, pensando al futuro, la metta da parte. Non si può
dire che vi siano differenze tra i due: ma, mentre entrambi pagano le
stesse tasse sul reddito, Giorgio è costretto a pagare anche le tasse
sul capitale che, essendo in costante aumento, subisce anche l’effetto
della progressività! Si
è visto finora che le tasse non sono e non possono essere né legittime
né eque. Ma realizzano il sogno dell’equità sociale per cui sono
concepite? Se infatti, con qualche ingiustizia, potessimo affermare di
garantire condizioni di vita "normali" agli indigenti, tutto
sommato potremmo anche accettare questo "piccolo" furto. Se
cioè lo Stato fosse veramente un Robin Hood, che compie per noi le
buone azioni, forse potremmo accettarne l’esistenza e sopportare
qualche sacrificio, e avrebbero ragione quanti (come Robert Nozick) lo
giudicano un "male necessario". Ma lo Stato è, in realtà, un
Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi! Anche
in questo caso è meglio spiegare quanto detto con due esempi che,
mutatis mutandis, trasmettono lo stesso messaggio e che possono in realtà
essere accostati a qualunque altro servizio fornito dallo Stato: la
scuola e la sicurezza pubblica. La
scuola pubblica è pagata da tutti (questo in ogni caso, che sia in
vigore la proporzionalità o la progressività delle imposte): ma, al di
là della scadente qualità dell’insegnamento e della discriminazione
nel tipo di insegnamento impartito, non tutti ne usufruiscono. Ad
esempio, sono estorti i soldi di tutti coloro che non hanno figli in età
scolare. Ma non è finita: passata la scuola dell’obbligo, una fetta
più o meno larga di bambini frequenta le superiori e solo una minoranza
si iscrive all’università. Se poi consideriamo quanti si laureano, la
minoranza diventa ancor più ridotta. La cosa curiosa è che, se andiamo
a vedere la composizione sociale di questa minoranza, ci accorgeremo che
è in larga parte costituita da benestanti: questo significa che, in
realtà, la scuola superiore e l’università, pagate
"equamente" da tutti, vengono usate per lo più dai rampolli
di buona famiglia. Ovverosia, i poveri pagano la scuola ai ricchi, alla
faccia del conclamato Stato sociale: se c’è una redistribuzione del
reddito, quello che è sicuro è che va nella direzione opposta a quella
dichiarata. Un
discorso analogo può essere fatto per le forze dell’ordine. Chiunque
si sarà accorto che, mentre i quartieri residenziali di qualunque
nostra città sono ordinati, ben curati e sgombri da balordi di ogni
genere, i quartieri poveri e operai sono fertile terreno per la
delinquenza di ogni genere. Non si può liquidare la cosa tanto
sbrigativamente, come fanno alcuni, anche perché – a rigore – i
delinquenti avrebbero tutto l’interesse a stabilirsi dove è più
facile ricavare dei soldi, e cioè nelle zone ricche. Il fatto è che,
come chiunque potrà notare, mentre sono frequenti i pattugliamenti
nelle aree residenziali, ben
minori sono gli
organici di polizia e carabinieri destinati ai rioni più a rischio.
Anche qui è evidente dove si vuole arrivare: le forze dell’ordine,
pagate coi soldi di tutti, svolgono un servizio parzialmente efficiente
solo a favore dei ricchi, mentre non possono o non vogliono operare
laddove la loro presenza sarebbe più utile. Insomma,
lo Stato impone ai cittadini il pagamento di tasse che costituiscono un
furto bello e buono, sono mal ripartite e oltretutto operano un
trasferimento di capitale non, come vorrebbe la retorica, da chi ha
"troppo" (o di più) a chi ha meno, ma piuttosto da questi
ultimi ai primi. Il
problema quindi non è gestire meglio le tasse, magari inventandone di
nuove (pratica questa frequentemente adottata dai Governi), ma piuttosto
abolirle: questo almeno per quanto riguarda l’aspetto teorico della
vicenda. E’ evidente però che, passando alla prassi, è assai
difficile distruggere tout court apparati burocratico – statali che
hanno impiegato oltre duecento anni a consolidarsi. Bisogna però
operare (e costringere i politici a compierle) scelte che vadano nella
direzione "meno Stato più mercato": e poiché tra Stato e
tasse c’è, come abbiamo visto, una corrispondenza biunivoca, meno
Stato significa meno tasse. Cosa
fare, come farlo Passare
dalla teoria alla prassi è sempre una faccenda complicata. Questo è
vero tanto più in un ambito come quello delle tasse che, se tutti sono
pronti a condannare, ben pochi sono disposti a combattere: anche a causa
dei corpi militari istituiti proprio per scoraggiare, intimidire e
eventualmente punire chi osa alzare la voce. Resta il fatto però che la
storia della filosofia ricorda personaggi come H. D. Thoreau che hanno
avuto il coraggio di mettere in pratica il proprio pensiero e per questo
sono finiti in prigione. Naturalmente sono ben pochi coloro che,
soprattutto nell’Italia del 1998, hanno voglia di fare i martiri e di
pagare per tutti: è quindi giocoforza scegliere la "via
politica" contro lo Stato – tassatore. Bisogna in altre parole
sensibilizzare i politici che, nostro malgrado, amministrano i nostri
soldi ad avere da un lato il coraggio di ritornare sui propri passi
relativamente ad alcune questioni (come lo Stato sociale) e dall’altro
l’intraprendenza di promulgare leggi che siano realmente liberali, e
cioè capaci di tutelare (e in primo luogo riconoscere) la libertà
individuale e i diritti di proprietà. Prima
di proseguire, è necessario sottolineare che, mentre quanto finora
detto deriva da una semplice ma coerente applicazione dei principi
liberali, quanto segue potrà forse essere guardato con diffidenza dai
"puristi" del libertarismo. Bisogna però operare una
mediazione tra la "beata teoria" e la "triste realtà":
è perfettamente inutile arroccarsi su posizioni affascinanti e coerenti
quanto si vuole ma irrealizzabili nel breve termine. D’altra parte non
è possibile neppure "mediare a tutti i costi", col risultato
di inseguire la trattativa al punto da snaturare tutto o parte del
proprio pensiero. Secondo l’opinione di scrive, in particolare, è
necessario fissare alcuni paletti insindacabili ma, per il resto, essere
disposti anche a qualche concessione: questo almeno se vogliamo ottenere
qualcosa. Altrimenti, possiamo pure rinchiuderci in qualche circolo
culturale e raccontarci tra di noi le nostre idee. Purtroppo senza
risultati. Porre
limiti alla quantità La
prima cosa da fare è indubbiamente ridurre in maniera drastica la
pressione fiscale: non è assolutamente concepibile che ognuno di noi
versi allo Stato, sommando le imposte dirette a quelle indirette, circa
il 60% di ciò che produce, senza per giunta ricevere nulla o quasi in
cambio. L’obiezione
a questo tipo di ragionamento che più frequentemente si solleva da
taluni ambienti socialisti è che, semmai, sarebbe meglio che lo Stato,
pur mantenendo una simile quota del prodotto interno lordo, fornisse
servizi in quantità maggiore e di migliore qualità. In realtà chi
sostiene simili tesi costruisce dei veri e propri castelli di sabbia:
abbiamo già visto infatti quanto sia dannoso alla collettività e a
tutti gli individui che ne fanno parte accettare che sia lo Stato,
piuttosto che il mercato, a fornire servizi. E’ inutile ora ripetere
che, in queste condizioni, la medesima merce ha – teoricamente e
statisticamente – un prezzo maggiore e una qualità scadente. Preme
però sottolineare che, purtroppo, è questa la strada più
frequentemente imboccata dai politici: si spiega così, almeno
parzialmente, il progressivo estendersi delle competenze statali. Bisogna
però sottolineare che, in Parlamento, si sono spesso evidenziate
posizioni contrarie a questo tipo di logiche, e c’è da augurarsi che
alla fine siano esse ad avere il predominio: autorevoli rappresentanti
della Lega Nord (Giancarlo Pagliarini, Vito Gnutti) e di Forza Italia
(Antonio Martino, Giulio Tremonti), ma anche un "battitore
libero" del calibro del prof. Gianfranco Miglio, hanno più volte
contrastato, per quanto in loro potere, aumenti della spesa pubblica,
motivando tali decisioni proprio con posizioni liberiste del tipo:
"Lasciamo che siano i cittadini a scegliere come spendere i loro
soldi!". Dagli stessi parlamentari sono spesso scaturite anche
proposte innovative (che mai però hanno avuto uno sbocco organico e
concretamente realizzabile) relativamente alla limitazione per legge
delle tasse, soprattutto nella loro quantità: si è generalmente teso a
fissare nel 30% (di volta in volta del reddito, del capitale o di
entrambi) la soglia massima raggiungibile dalle tasse, il che
comporterebbe sicuramente una maggiore disponibilità di denaro per la
classe dei produttori (e, parallelamente, una diminuzione dei fondi
destinati ai parassiti). E’
evidente che una simile scelta implica anche una riduzione della spesa
pubblica. Alcuni politici hanno anche proposto di fissare un tale limite
non con una legge ordinaria (facilmente modificabile e quindi soggetta a
prevedibili innalzamenti entro brevi termini…) ma addirittura nella
Costituzione: il che comporta una diversa e maggiore autorevolezza della
norma. Porre
limiti alla qualità Se,
come si è visto, è possibile limitare le competenza dello Stato con
una riduzione quantitativa delle imposte (che, garantendo un gettito in
certa misura minore, costringono i politici a operare un trasferimento
di competenze dallo Stato ai singoli individui), è anche perfettamente
percorribile (ed equivalente) la via inversa: quella cioè di ottenere
un abbassamento delle imposte tramite una riduzione qualitativa delle
stesse o, ciò che è lo stesso, uno sfoltimento dei servizi resi dallo
Stato. E’
necessario quindi stabilire delle priorità: quali sono le competenze
che per prime vanno sottratte allo Stato? Rifacendoci alla distinzione
precedentemente introdotta, pare imperativo innanzitutto restituire alla
società quelle che abbiamo definito "competenze aggiunte", e
cioè tutti quei servizi che perfino la mentalità comune (in continua
contraddizione e tensione tra il comune buon senso, tendenzialmente
libertario, e le convinzioni stataliste dovute a decenni di sapiente
lavoro) vorrebbe in mano ai privati. Via libera quindi, fin da subito,
alla privatizzazione di industrie (cantieri, trasporti, ferrovie,
telefonia e comunicazioni,…) e servizi (gioco d’azzardo,
informazione, radio e televisioni…): coi proventi delle vendite si
dovrebbe inoltre provvedere a ripianare, per quanto possibile,
l’enorme debito pubblico. Una proposta assai interessante è quella di
distribuire gratuitamente ai cittadini le azioni delle aziende ora
statali: sarebbe un grande segno di civiltà e, soprattutto,
costituirebbe una chiara indicazione della reale volontà di cambiare e
di farla finita con gli stati – nazione ottocenteschi. Fatto
questo passo, bisognerà passare senza indugi alla parte più difficile
dell’operazione di "destatizzazione" della società: quella
cioè di far capire quanto siano dannosi la presenza e il potere
dittatoriale dei Governi in ogni ambito e, conseguentemente, restituire
alla società (tramite liberalizzazioni, deregulation e privatizzazioni)
anche tutte le altre competenze. Bisognerà cioè da un lato
depenalizzare quelli che gli anglosassoni chiamano victimless crimes
(crimini senza vittime), tutti quei reati che sono tali solo e
unicamente in virtù della legge, ma non secondo il diritto naturale e
che quindi vengono illegittimamente perseguiti e puniti: in altre
parole, è necessario da parte di ogni singolo individuo acquisire una
coscienza dell’inviolabilità dei diritti civili. Dall’altro lato è
necessario privatizzare e permettere un regime di vera concorrenza in
tutti i servizi, ivi compresi ordine pubblico, tribunali, ecologia…
restituendo a tutti la piena padronanza dei propri diritti economici. Le due modalità, limitazione delle imposte nella qualità e nella quantità, sono del tutto equivalenti e perciò nulla fa preferire l’una all’altra strada: e, anzi, essendo queste due strade perfettamente parallele, è possibile seguirle contemporaneamente, andando ad abbassare le imposte e contestualmente operando di volta in volta una selezione relativa non ad una parziale diminuzione di ogni servizio (anche questo infatti è possibile), ma l’eliminazione in toto di un solo servizio per volta.
Federalismo e concorrenza tra istituzioni
Ma
c’è anche un’altra maniera di costringere i Governi a diminuire il
proprio "ricatto fiscale" nei nostri confronti: quella di
compiere le giuste scelte istituzionali, il che non esclude naturalmente
di poter applicare contestualmente limitazioni del genere di quelle
succitate. Lo Stato moderno è sentito, ed è realmente, qualcosa di
enormemente lontano da noi e dalla nostra quotidianità: è una sorta di
mostro che si presenta una volta ogni tanto a reclamare un tributo e,
"in cambio" (si fa per dire…), ci concede alcuni
"servizi". La sua grande distanza (anche fisica: in Italia, ad
esempio, lo Stato "è" a Roma: cioè lontano dal cittadino di
qualunque regione diversa dal Lazio) e l’enorme mole di denaro che il
Governo può gestire fanno sì che il cittadino, nei fatti, sia privo di
un reale controllo sull’utilizzo dei suoi soldi. In
altre parole i soldi che noi versiamo allo Stato non sono percepiti per
quello che, almeno nelle intenzioni, dovrebbero essere, e cioè un
investimento, ma piuttosto come una perdita. Noi non vediamo ritornare i
nostri soldi, e non sappiamo se ciò che viene investito sul nostro
territorio (e quindi per noi) corrisponde a ciò che abbiamo versato.
Non abbiamo il minimo controllo su quello che abbiamo prodotto, e lo
affidiamo alle mani di politici irresponsabili, che non subiscono e non
possono subire le conseguenze delle proprie scelte. Anche per questo si
è resa possibile una situazione assurda e grottesca come l’attuale:
solo oggi, a un passo dal baratro (chi scrive non è in grado di trovare
una parola migliore per definire i 4 milioni di miliardi di debito
pubblico "dichiarato"), ci rendiamo conto della gravità dei
fatti. Uno
dei primi provvedimenti da prendere, allora, è quello di
"responsabilizzare" i politici e, contestualmente, porre i
cittadini nella condizione di avere un reale controllo sul proprio
denaro. E’ necessario, cioè, attuare un serio federalismo: laddove
per federalismo non vanno intese le sterili proposte dei nostri politici
(che stanno al vero federalismo come un film sta al libro da cui è
tratto: ne costituiscono cioè il peggior snaturamento possibile…) ma
piuttosto una restituzione alla società dei propri poteri decisionali.
Questi non devono essere una concessione o un regalo dall’alto, ma al
contrario deve essere il centro che riceve per delega dagli Stati
federati (che dovranno essere delle dimensioni il più possibile
ridotte, sull’esempio della Svizzera in cui sei milioni di cittadini
si sono dati una struttura estremamente rispettosa della libertà
articolata - guarda caso - in ben 26 Cantoni) alcune, poche e
specifiche, competenze: generalmente spetta allo Stato centrale la
difesa, la moneta e la politica estera (ma non sempre). Attuare
una simile riforma significa, detto in termini molto gretti, mantenere
il denaro sul territorio che lo ha prodotto. A questo punto ogni
cittadino potrà verificare di persona cosa gli amministratori hanno
fatto, come l’hanno fatto e, su queste basi, a fine mandato decidere
se promuoverli o bocciarli. Soprattutto
nell’epoca dell’informatica, poi, il federalismo ha anche un altro
effetto: quello di generare una vera e propria "concorrenza tra
istituzioni". Oggi infatti qualunque imprenditore, pur senza
spostare fisicamente il proprio domicilio, ha la possibilità di
trasferire, con spese ridottissimi, l’intera propria attività da un
posto all’altro: il che significa trasferire anche opportunità di
lavoro e, quindi, capitali, con le relative tasse. In particolare, gli
imprenditori tenderanno a spostare il proprio capitale laddove è meno
colpito dalle tasse, o comunque dove sono maggiori le prospettive o
minori i rischi per un futuro guadagno. Ogni "cantone",
quindi, tenderà a copiare dagli altri i loro lati positivi e,
parimenti, tenderà ad eliminare i propri comportamenti negativi: come
accade a qualunque impresa sul mercato. Ognuno "inventerà" un
proprio governo, in maniera tale da attirare capitali e investimenti,
col risultato, facilmente prevedibile, di avere, oltretutto in breve
termine, un livellamento verso il basso del tasso d’imposta. Anche per questo i nostri politici si ostinano a propinarci "federalismo falsi e degenerati". Perché un federalismo vero porrebbe grandi limitazioni alla loro voracità.
Disobbedienza civile e sciopero fiscale
In
un’intervista rilasciata di recente, il prof. Gianfranco Miglio ha
definito la disobbedienza fiscale "la strada che sceglie un popolo
civile". In effetti, se le vestali dello statalismo sono sempre
pronte a bollare chi la propone come un criminale o peggio, il
liberalismo ha teorizzato già da lungo tempo tra i diritti inalienabili
dell’individuo quello di resistenza. Diritto di resistenza, in altre
parole, significa riconoscere ai cittadini - cioè tanto ai singoli
quanto alle comunità - il diritto di non accettare supinamente le
imposizioni del potere costituito, laddove questo varchi i limiti
impostigli dal contratto sociale che lo ha legittimato. Se
cioè lo Stato dichiarasse fuori legge, poniamo, tutti gli individui coi
capelli rossi, questi avrebbero ben ragione di ribellarsi, coi metodi e
nella misura ritenuta opportuna: eventualmente, anche con la forza. Il
fatto poi che la "maggioranza" dei cittadini sia o meno
d’accordo col governo in una simile persecuzione non sposta di una
virgola il fulcro della questione: e cioè che i diritti naturali sono
per propria stessa natura inviolabili e non è riscontrabile nessuna
differenza se a violarli è un singolo individuo, un’associazione
privata, uno Stato o che altro. Il
grosso problema, trattando argomenti di questo genere, è che mentre
tutti, o quasi, sono disposti ad accettare il diritto delle persone
dalla capigliatura fulva a non accettare di essere perseguitate, ben
pochi riconoscono le stesse prerogative a coloro che si ritengono
vittime di una "persecuzione fiscale". Questo è vero qualora
il governo operi delle discriminazioni in relazione al reddito (e non
importa se a essere discriminati sono i ricchi o i poveri) ma assume una
rilevanza tanto maggiore quando una minoranza di politici perseguita
indistintamente una maggioranza di produttori. L’unica risposta di
fronte a una situazione simile - invero non distante dall’attuale - è,
come già proponeva Miglio nel ’93 riferendosi in particolare all’ISI
(Imposta Straordinaria sugli Immobili), una protesta fiscale di massa.
Protesta che dovrebbe essere non generica, ma "mirata": nel
senso che, al pari di Thoreau, ci si dovrebbe rifiutare di versare allo
Stato la quantità delle nostre imposte presumibilmente destinata alle
ferrovie piuttosto che alle televisioni, alle forze armate piuttosto che
allo stipendio dei parlamentari. Altro,
e più complesso, discorso è la praticabilità di tale via: e qui
ancora una volta ci troviamo costretti a dare ragione al pessimismo di
Miglio, che fa riferimento in particolare alla paura dei cittadini di
vedersi piombare in casa un agente della Guardia di Finanza. Appare
quindi quantomeno ardua da seguire la via della protesta fiscale di
massa caratterizzata da una palese violazione dell’ordinamento
vigente, e cioè da un netto contrasto tra gli individui e la legge.
E’ invece assai più comoda e facile la via della "disobbedienza
legale", ossia del boicottaggio, laddove possibile, delle imprese
statali: si potrebbe pensare, ad esempio, di diminuire il proprio
consumo di tabacco (tra l’altro con benefiche ricadute anche sulla
salute) o disdire l’abbonamento RAI, o di acquistare prodotti privati
piuttosto che statali. La possibilità di scelta è vastissima e tale "disobbedienza legale", pur non avendo gli effetti devastanti e rivoluzionari di una disobbedienza in piena regola, lancerebbe un forte segnale ai politici, oltre naturalmente a diminuire le entrate dello Stato e costringerlo conseguentemente ad abbassare le proprie spese.
Conclusioni
Riassumendo,
abbiamo visto due aspetti della tassazione: quello "teorico" e
quello "pratico". Dal punto di vista teorico il pensiero
liberale più radicale spinge a ritenere che la tassazione sia solo una
forma di furto, forse meglio mascherata e sicuramente su una scala più
vasta delle forme tradizionali: al comune ladro da strada si sostituisce
un’organizzazione denominata "Stato" che pretende di fare il
nostro bene. A ciò va aggiunto che i servizi resi dallo Stato in cambio
dei quattrini confiscati sono scadenti e, soprattutto, potrebbero essere
forniti con un rapporto qualità / prezzo nettamente più elevato se
lasciati al libero mercato. Lo Stato inoltre, che fonda la propria
struttura sulla pretesa di garantire un’equità sociale, opera dei
trasferimenti di risorse in cui sono avvantaggiati i ricchi (cioè i
detentori di un capitale di entità tale da poter indirizzare le scelte
dello Stato stesso) e le due caste dei politici e dei burocrati. A
perdere in questa transazione sono invece i lavoratori e gli
imprenditori, che per l’occasione si potrebbero raggruppare nel ceto
dei "produttori" (superando così la stantia distinzione
operata dal marxismo). Se
però lo Stato può essere dichiarato tout court un’entità priva di
legittimazione alcuna, ci troviamo oggi a dover fare i conti con (e
contro) esso: è necessaria quindi una decisa e risoluta azione politica
che vada a limitare progressivamente i compiti e le competenze statali.
Bisognerà dapprima diminuire le spese dello Stato, per ridurne la
presenza all’interno della società civile: non potendosi fidare dei
politici, che troppo spesso hanno fatto abuso dei nostri conti in banca,
è necessario far sì che decrescano in tempi brevi le entrate dello
Stato. Bisogna
in altre parole compiere delle politiche selettive sul regime fiscale,
che vadano a porre dei vincoli sulla qualità delle tasse (disponendo,
ad esempio, che non si può calcolare imponibile sulla casa di proprietà)
e sulla loro quantità (fissando dei massimali). Questi gravosi compiti
potrebbero essere enormemente agevolati da una totale revisione
dell’ordinamento politico - istituzionale vigente in senso federale o
confederale, che otterrebbe il doppio risultato da un lato di ridurre in
prima battuta le enormi spese dello Stato centrale e dall’altro di
responsabilizzare gli amministratori e le loro scelte di spesa.
Complementare a queste azioni è la "disobbedienza civile":
pur essendo teoricamente possibile uno "sciopero fiscale", però,
questa via appare difficilmente percorribile. Al contrario dovrebbe
essere agevole proporre una sorta di boicottaggio ai danni dello Stato,
al grido di "privato è bello". Tutte
queste scelte sono rivolte a restituire agli individui i loro diritti e
le loro libertà, che gli Stati nazionali si sono arrogati il diritto di
difendere e di cui invece si sono dimostrati i primi e più grandi
negatori. Il lavoro da svolgere, chiaramente, è vastissimo: resta solo
l’imbarazzo di scegliere da dove cominciare. E di cominciare in
fretta. Carlo Stagnaro |
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