Politicamente Scorretto

rubrica a cura di Carlo Stagnaro

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Tassati di tutto il mondo, unitevi!

Processo all’imposizione fiscale

Di Carlo Stagnaro

"Ogni ricchezza è prodotta da qualcuno e appartiene a qualcuno", Ayn Rand

"I fatti sono questi : il Governo, come un bandito, dice all’individuo : "O la borsa o la vita". Certo che il Governo non sorprende l’individuo in un posto isolato, e non salta fuori da un fosso per puntargli la pistola alla tempia e svuotargli le tasche. Ma la rapina rimane una rapina comunque, ed è ancora più vile e vergognosa. Il bandito almeno si assume la responsabilità, il rischio e le colpe delle proprie azioni. Non ha alcuna pretesa di avere diritto al tuo danaro, e non vuole farti credere che lo userà a tuo beneficio. Non pretende di essere nient’altro che un rapinatore. Non è abbastanza impudente da qualificarsi come "protettore". E poi, una volta che ti ha preso i soldi, ti lascia finalmente andare. Non tenta di farti fare la figura dell’idiota o di farti schiavo, oltre a rubarti i soldi", Lysander Spooner

"Chiunque è libero di fare del bene, ma a sue spese" Milton Friedman

Introduzione  

La tassa, questa conosciuta

 

Prima di intraprendere questa analisi della natura della tassazione è bene chiarire cosa si intende per "tassa": una tassa è un qualunque pagamento coatto di un individuo a qualcun altro. Il fatto che tale "qualcun altro" sia un individuo, un gruppo organizzato, uno Stato o qualsiasi altro ente non cambia molto la sostanza: cambia semmai il fine cui l’oppressione è rivolta, ma l’oppressione è e resta oppressione.

Sotto questo punto di vista non ha senso neppure distinguere tra tasse "a fin di bene" e tasse "mal indirizzate", né ha alcun diritto di esistere un eventuale Robin Hood che rubi ai ricchi per dare ai poveri. Ammesso che i ricchi possano accampare legittimi titoli di proprietà sui propri possedimenti (supponendo cioè che non abbiano rubato a loro volta) non cambia assolutamente nulla (salvo nell’opinione della vittima, che eventualmente potrà decidere di non punire il ladro) se i proventi del furto vengono utilizzati per rendere ricco lo stesso Robin Hood o piuttosto per edificare un orfanotrofio o dar da mangiare agli affamati: il furto è sempre furto, a prescindere dalle modalità in cui si svolge e dal movente che l’ha determinato.

Va ancora notato che, coerentemente a una simile impostazione di pensiero, non è possibile riscontrare differenza alcuna tra le tasse imposte dallo Stato e il pizzo preteso dalla mafia: e anzi, a ben vedere, poiché le uniche dissomiglianze stanno nell’entità del tributo e nella vastità del campo d’azione, è ben più grave il crimine commesso dallo Stato.

Un’altra caratteristica delle tasse è che colpiscono prevalentemente chi lavora, dando luogo così, alla faccia della conclamata uguaglianza dei cittadini, a due vere e proprie classi sociali, quella dei produttori e quella dei parassiti ovvero quella dei mantenenti e quella dei mantenuti. Le tasse sono infatti (in certa misura) proporzionali al reddito e ai beni posseduti: chi risulta nullatenente e disoccupato non è soggetto al pagamento di tasse. Le tasse colpiscono ogni fonte di reddito e ogni genere di proprietà, dalla casa alla macchina, dalla barca al motorino. Vi sono poi delle tasse più "subdole" e nascoste, come l’IVA, che vanno a colpire una transazione di mercato: ogni volta che compriamo qualcosa, dobbiamo pagare un tanto allo Stato, che è così "gentile" da lasciarci scambiare le nostre merci.

Ogni prestazione "in nero" è perseguita "a norma di legge" e lo Stato può punirla secondo le proprie norme: il che significa riscuotere la tassa "dovuta" con l’aggiunta di una "multa" per essersi rifiutati di dare allo Stato ciò che gli spettava. Chiunque si rifiuti si vedrà dapprima inondare la cassetta della posta da lettere più o meno velatamente minatorie, e poi addirittura vedrà giungere in casa propria i "bravi" che, con tanto di relativa ordinanza, lo trascineranno al cospetto del giudice; la condanna sarà immediata, e alla tassa originaria e alla multa si aggiungeranno le spese processuali (con le relative tasse…).

L’opera di propaganda a favore delle tasse (finanziata coi proventi delle stesse), continua e martellante ovunque nel mondo, ha sortito effetti ottimi – naturalmente ottimi dal punto di vista degli statalisti e dei parassiti, non da quello dei tassati – al punto che anche i comuni cittadini invocano le forze dell’ordine a difenderli dalla "cattiveria" e dall’"egoismo" di chi vorrebbe poter pagare meno tasse. Stranamente tutti invocano l’intervento e la necessità di uno Stato – tassatore ogni volta che è avvertito il bisogno di un’opera di comune utilità e nessuno si rende conto che, potendo vivere in un mondo privo di tasse, la stessa opera verrebbe realizzata in maniera migliore e meno dispendiosa sotto l’attento controllo degli stessi che, magari tramite una "colletta", la finanzierebbero, in questo caso volontariamente e scopertamente.

Le tasse hanno quindi diversi scopi e funzioni: creare e mantenere una burocrazia che si fonda su ceti sociali parassitari, creare e mantenere eserciti da utilizzare per conquistare nuove porzioni di territori e popolazioni (cioè nuovi contribuenti, anche se attualmente – per fortuna – almeno in Occidente questa pratica è notevolmente diminuita) e realizzare infrastrutture a prezzo maggiorato.  

 

Lo Stato tassatore

 

Mettendo insieme quanto detto è facile comprendere come, in realtà, il fine vero e ultimo delle tasse sia mantenere un apparato statale. Cosa sia lo Stato è un argomento che esula dalla presente trattazione (e che richiederebbe pagine e pagine di riflessioni); basti pertanto, in questa sede, elencare alcune caratteristiche fondamentali dello Stato e comuni a tutti i tipi di Stato (moderno), qualunque sia il loro assetto politico - istituzionale.

Lo Stato è una macchina burocratica e coercitiva gigantesca, che si occupa di regolare le transazioni tra esseri umani: lo Stato cioè si prende la briga – peraltro senza mai interpellare i diretti interessati – di gestire, in un regime di monopolio o comunque da una posizione privilegiata, una moltitudine di associazioni volte ai fini più disparati. Vi sono organizzazioni per la protezione degli individui (polizia, forze dell’ordine…), altre per dirimere eventuali dissidi tra cittadini o per punire i criminali (magistratura), altre ancora per promuovere manifestazioni culturali o sportive e così via. Il tutto è coordinato da un apposito ente (di volta in volta il Governo, il parlamento, il re,…) che tende sempre e inevitabilmente ad accrescere il proprio potere, e cioè ad aumentare gli ambiti di propria competenza. Naturalmente i costi di una simile macchina sono elevatissimi, e i soldi necessari si ricavano dalle imposte.

Vi è quindi una corrispondenza biunivoca tra tasse e Stato: laddove c’è uno Stato, inevitabilmente la popolazione ad esso sottomessa è tassata, e viceversa laddove una comunità umana è tassata, lì vi è uno Stato a gestire i proventi delle tasse stesse.

Ora, poiché lo Stato vive coi proventi delle tasse, e le tasse sono un’imposizione violenta e apparentemente inevitabile, è evidente che, qualunque sia la loro destinazione, vi è una palese perturbazione nei meccanismi naturali del mercato. Prendiamo in esame, ad esempio, un’impresa statale (cioè mantenuta non solo coi propri utili, ma anche – e spesso soltanto – con le tasse) fornitrice di un determinato prodotto. Delle due l’una: o questa impresa detiene il monopolio nel proprio campo, oppure entra in competizione con imprese private.

Nel primo caso, sono evidenti gli innumerevoli difetti di tale situazione. Innanzitutto, non si vede con quale scusa si possa giustificare il fatto che nessun altro possa fornire quel prodotto. In secondo luogo, se è vero che la concorrenza tende ad abbassare i prezzi – dato questo incontrovertibile – allora risulta che lo stesso prodotto avrà un prezzo superiore a quello di mercato, sebbene diviso in due rate (una versata insieme alle tasse e l’altra all’acquisto del prodotto).

Non differente è l’ipotesi di una apparente concorrenza. A prescindere dal fatto che un’impresa statale, grazie ai finanziamenti che riceve, può tranquillamente permettersi un bilancio eternamente in passivo, è chiaro che i suoi prodotti, al momento dell’acquisto, costeranno meno di quelli dei privati. In realtà, naturalmente, costeranno di più, perché verranno pagati non solo al momento dell’acquisto, ma anche al momento del versamento delle imposte.

In entrambi i casi, poi, i dipendenti dell’impresa ricevono almeno una parte del proprio stipendio dalle tasse, e sono quindi a tutti gli effetti dei parassiti che gravano sulle tasche dei lavoratori comuni (anche se, riprendendo la succitata distinzione, appartenenti senza ombra di dubbio alla categoria degli "statali produttivi").

Lo Stato è quindi, in ogni propria manifestazione, una vera e propria perturbazione maligna nei meccanismi del libero mercato, che ostacola, intralcia e a volte addirittura elimina.

Un’ultima riflessione sullo Stato induce a vederlo non solo come padre – padrone – predone, ma addirittura come nuovo negriero e schiavista. Essere schiavi significa infatti dover tributare tutto o parte del prodotto del proprio lavoro a un padrone; il fatto poi che il padrone sia un feudatario, una società o uno Stato cambia ben poco nella condizione di schiavitù. Ed è un dato di fatto che ognuno di noi debba versare il 60% circa di quanto guadagna alle casse statali: il che significa che il 60% circa del nostro lavoro ci è estorto da qualcun altro; il che significa ancora che, dal 1 gennaio 1993 al 4 agosto dello stesso anno abbiamo lavorato per lo Stato, e il resto del tempo per noi stessi. Vale a dire che, nel 1993, 216 giorni su 365 li abbiamo dedicati al "settore politico", e i restanti al "settore privato": una mostruosità che non si vedeva dai tempi dell’Impero romano.

 

Ogni tassa è un furto

La vita, la libertà e la ricerca della felicità

Secondo la teoria liberale, "tutti gli uomini sono creati uguali": trovarsi d’accordo significa ammettere due dati di fatto che, seppure possono sembrare banali, vengono sistematicamente negati dalle dottrine non liberali. Queste due affermazioni sono che ogni uomo è uomo e ogni uomo è uno. In altre parole si vuol dire che in primo luogo non esistono in natura uomini "di serie A" e uomini "di serie B", ossia uomini con più diritti e uomini con meno diritti: tale differenza – che oggi è invece all’ordine del giorno, nonostante le dichiarazioni in senso contrario rese assai frequentemente agli organi di stampa dalle vestali del centralismo selvaggio – è frutto delle politiche stataliste e protezioniste che, almeno in Occidente, hanno avuto la meglio su quelle liberali e liberoscambiste; dalla negazione che ogni uomo è uomo nascono i totalitarismi "di destra" (e cioè i vari nazionalismi che hanno reso tragico il nostro secolo). In secondo luogo, affermare che "ogni uomo è uno" significa rifiutare ogni collettivismo, e con esso tutte quelle filosofie illiberali che si basano sui presunti diritti delle comunità e in generale sulla prevalenza dei gruppi sugli individui: dal rifiuto di tale asserzione nascono i totalitarismi "di sinistra" (a partire dal comunismo che ha rovinato l’est europeo).

Tutti i diritti sono dunque prerogativa degli individui, e non dei gruppi, e tutti gli individui hanno pari diritti. I problemi sorgono a questo punto al momento di classificare questi diritti, col rischio di incorrere talvolta in errori o fraintendimenti che spingono un’impostazione inizialmente liberale a spostarsi ora a destra, ora a sinistra. Andando a leggere le opere dei molti teorici politici che la storia della filosofia ricordi, qualunque cosa è stata almeno una volta definita "diritto", arrivando anche a vere e proprie assurdità (alcune delle quali sono purtroppo ancora oggi ritenute valide…).

I diritti generalmente accettati dal liberalismo autentico, però, sono principalmente quattro: la vita, la proprietà, il diritto di parola e quello di associazione. In realtà, come ha brillantemente dimostrato Murray Newton Rothbard, tutti sono riconducibili al solo diritto alla proprietà privata: la vita infatti può essere vista come "proprietà del proprio corpo", mentre per esprimere il proprio pensiero è necessario possedere uno spazio su cui scrivere (o in cui parlare) così come per associarsi è necessario almeno un luogo fisico in cui incontrarsi. Essere "proprietari" di qualcosa significa infatti – e non potrebbe essere altrimenti – poterne fare quello che si vuole: tenerlo per sé, farne l’uso ritenuto migliore, scambiarlo o addirittura distruggerlo. Ammettere l’esistenza di un diritto naturale alla proprietà privata significa quindi anche riconoscere l’esistenza e la legittimità del libero mercato: al contrario, qualunque atto volto a impedire o eliminare la proprietà privata è illegittimo e criminale.

Thomas Jefferson, nella Dichiarazione d’Indipendenza americana – di cui fu l’unico autore – parla anche di ricerca della felicità. Con ciò non intende naturalmente dire che ciascuno abbia diritto a essere felice ma, appunto, a perseguire la soddisfazione dei propri desideri come meglio crede: "se avesse scritto che ognuno ha diritto alla felicità, egli avrebbe vincolato i Governi americani a fornire una determinazione quantitativa del termine felicità, dando così avvio a pratiche di pianificazione economica e sociale distruttrici di un’intera nazione. Ma Jefferson […] ha utilizzato una terminologia ben precisa, parlando di ricerca della felicità; e con ciò ha inteso affermare che ogni uomo deve essere libero di scegliere il proprio destino e di indirizzarlo secondo la propria volontà. Per poter far questo egli deve vedere rispettato e tutelato il diritto di proprietà, base imprescindibile di qualsiasi costruzione giuridica che non abbia la pretesa di sovvertire i dettami della legge naturale e l’umanità stessa".

La prima condizione necessaria per tutelare la proprietà privata (condizione che a qualcuno potrà anche sembrare tautologica) è non violarla. Sarà anche una tautologia, ma è quello che quotidianamente fanno gli Stati: con la pretesa di proteggere il cittadino e i suoi averi e di garantirgli una vita serena (compiti che, oltre ad essere del tutto arbitrari, vengono svolti nel peggiore dei modi) lo Stato esige dal cittadino stesso un compenso, che si concretizza nella tassazione. Come ha ben notato il polemista anarchico americano del secolo scorso Lysander Spooner lo Stato si comporta al pari di un criminale che, con la minaccia e la violenza, estorce al malcapitato tutti o parte dei suoi averi, senza avere neppure la dignità di riconoscersi un delinquente, ma anzi volendo convincere il meschino di essere al suo servizio.

In realtà quindi lo Stato, oltre a non agevolare l’uomo nella sua "ricerca della felicità", addirittura lo ostacola. Le tasse, che sono null’altro che un’imposizione arbitraria e violenta, vanno a negare i legittimi diritti di proprietà di ciascuno di noi, e il discorso vale particolarmente in Italia, paese forse unico nel mondo civile per inefficienza, in cui a una pressione fiscale a dir poco esagerata corrisponde un servizio degno neppure del più arretrato Stato del Terzo Mondo.

Una tassa ti rovina la vita

Finora si è parlato genericamente di "tasse" e si potrebbe quindi obiettare che, di fatto, non si è ancora toccato il nocciolo della questione. Ci occuperemo pertanto ora di esaminare, una per una, le principali destinazioni delle tasse, in maniera tale da verificarne l’illegittimità e la nocività. Per fare ciò, può essere utile impostare una prima distinzione: se ad ogni tassa corrisponde infatti (almeno a parole) un servizio da parte dello Stato, e se lo Stato tende a espandersi fino ad occupare ogni ambito possibile, è possibile dividere tra competenze "naturali" dello Stato e competenze "aggiunte", intendendo con le prime quegli ambiti che, generalmente, si ritengono troppo delicati per essere affidati ai privati (ad esempio le forze dell’ordine e l’amministrazione della giustizia) e con le seconde quei compiti che lo Stato, negli anni, si è assegnato contro o malgrado la volontà popolare. Mentre per ovvi motivi queste ultime non pongono grossi problemi (e quindi verranno qui esaminate solo sommariamente) ci soffermeremo sulle altre, il cui lungo elenco è preoccupante e avvilente: preoccupante perché dà la misura di quanto la mentalità statalista si sia fatta strada tra la gente; avvilente perché dimostra quanto sia carente, non solo in Italia ma ovunque nel mondo, la libertà di cui i cittadini godono e a cui avrebbero diritto. Se infatti è vera (come del resto hanno dimostrato in maniera ampia e diffusa tutti i teorici del liberalismo) l’equazione che potremmo esprimere in forma matematica come "Stato per società uguale costante", è ovvio che aggiungere competenze allo Stato significa privare la società dei propri diritti: in altre parole aumentare il "potere statale" a discapito del "potere sociale" significa incrementare le possibilità dei "mezzi politici" a dispetto di quelle dei "mezzi economici" e cioè, in ultima analisi, togliere diritti ai cittadini produttori per assegnarli a quei due immensi ceti parassitari (politici e burocrati) che già oggi stanno dominando e condizionando in negativo la nostra vita.

Cominceremo, per semplicità, da quelle che abbiamo definito "competenze aggiunte".

 

Le competenze "aggiunte" dello Stato

 

Lo Stato oggi gestisce una miriade di imprese che sostiene di dover mantenere in quanto "di pubblica utilità". Si è già visto come la presenza di un’industria statale (cioè finanziata non solo in base alla propria produttività, ma anche con le tasse e, quindi, sottratta alla possibilità di fallire) costituisca un’alterazione nelle leggi del mercato, e abbia l’unico effetto di creare una situazione di "minimo servizio alla massima spesa" – si noti che il mercato, se lasciato a se stesso, tende invece alla situazione opposta del "massimo servizio con la minima spesa". Il fatto che queste industrie ci siano e siano numerose significa quindi che, ogni giorno della nostra vita, spendiamo più del necessario in cambio di prestazioni inferiori al dovuto.

Qualche esempio può essere utile. Lo Stato detiene il monopolio (!) per quanto concerne tabacchi e altre sostanze: questo significa che, in Italia, è di fatto vietata la concorrenza tra produttori di sigarette. In effetti, qualunque marca si scelga, si constaterà che vi sono due o tre scaglioni di prezzi, determinati dalla diversa qualità di tabacco e altri parametri, e che soprattutto tali prezzi sono altissimi. Il concetto di "prezzo alto" non è naturalmente un concetto assoluto: è sufficiente però raffrontare il costo delle sigarette in Italia con quello in qualunque paese estero per rendersene conto. Non è un caso che tutti coloro che vanno in crociera o comunque si imbarcano aspettino di comprare le sigarette al di fuori del confine italiano: a una determinata distanza dalla costa, infatti, venendo meno la giurisdizione italiana i prezzi letteralmente si abbattono! Lo Stato ha poi imposto alle case produttrici di sigarette di scrivere sulle confezioni messaggi minatori e truci, in maniera tale da scoraggiarne l’acquisto. Lo Stato finanzia inoltre numerose e costose campagne contro il fumo (di cui, è bene ricordarlo, detiene il monopolio!) e impone alle scuole di trattare l’argomento. Lo Stato infine ha imposto con proprie leggi che in tutti i locali pubblici (comprendendo in tale categoria anche ristoranti, sale di lettura, biblioteche private…) non si possa fumare: un comportamento simile, dannoso e contraddittorio, determina una situazione paradossale, in cui l’unico distributore di una determinata merce boicotta se stesso! Senza contare, naturalmente, che se le sigarette fossero lasciate al mercato e liberate dalle tasse, costerebbero molto meno.

Un altro settore in cui lo Stato spadroneggia è quello dei trasporti pubblici. Se consideriamo le ferrovie dobbiamo rilevare che a fronte di un servizio che definire scadente è un eufemismo (sia per la qualità dei treni, molti dei quali vecchi di oltre cinquanta anni, sia per la qualità della linea, che in alcuni tratti risale addirittura al secolo scorso, sia per i ritardi che le FS ci garantiscono con la puntualità di un orologio svizzero), abbiamo biglietti dal prezzo assai elevato e, come se non bastasse, enormi finanziamenti statali. Anche qui è vietata la concorrenza, coi risultati che vediamo, non ultimi i numerosissimi incidenti e deragliamenti di cui quasi quotidianamente la cronaca ci informa: e anche qui si ha una discriminazione e un’estorsione palese e consistente nei confronti di quanti i treni non li usano.

Discorsi analoghi si potrebbero fare per la telefonia, gestita in un regime di monopolio da Telecom, che oltretutto ha tariffe elevatissime, e per la telefonia cellulare (campo in cui l’ingresso di un solo concorrente ha determinato un crollo dei prezzi) in cui invece abbiamo un duopolio, ma non una vera e propria concorrenza. E ancora radio e televisioni (tre e tre!) che, oltre a assorbire una mole enorme di quattrini, forniscono un’informazione partigiana e ondivaga, sempre filogovernativa e mal distribuita, gioco d’azzardo e quant’altro.

Anche se l’elenco potrebbe essere ancora lungo, l’essenziale è sottolineare come in tutti questi ambiti (che pure il buon senso comune vorrebbe affidati ai privati) l’intervento dello Stato sia dannoso e costoso. Laddove lo Stato gestisce monopoli infatti abbiamo situazioni disastrose, mentre dove lo Stato si è infilato in un secondo tempo si arriva rapidamente all’annientamento di fatto della concorrenza, e si ricade nella situazione di cui sopra. Purtroppo, finché continueremo ad affidare il potere nelle mani di politici, burocrati e amministratori irresponsabili, l’elenco potrà solo aumentare.

 

Le competenze "naturali" dello Stato

 

 

Spesso però anche i liberali più genuini storcono il naso allorché sentono parlare di privatizzazioni "selvagge" (così le chiamano quanti le aborriscono: come se "selvaggio" non fosse il dominio dello Stato sulla nostra vita!). Infatti, sostengono, vi sono alcuni ambiti che non possono essere affidati al mercato in quanto richiedono la presenza di un organismo super partes che sappia trattare con perfetta equidistanza il problema, oppure perché trattasi di servizi "indispensabili" di cui tutti devono godere: è questo il caso (almeno) dell’istruzione, dell’assistenza, delle forze dell’ordine e dei tribunali, dell’ecologia, della guerra e del servizio militare.

· L’istruzione

In Italia vi sono sostanzialmente tre imposizioni statali relative all’istruzione: secondo la prima, in nome del diritto all’istruzione, viene introdotto il dovere a frequentare la scuola fino ad una determinata età (sempre soggetta ad essere elevata: nessuno però propone di abbassarla, o di eliminare l’obbligo). In secondo luogo lo Stato ha istituito la cosiddetta scuola pubblica, finanziata coi soldi di tutti, e addirittura le scuole private per far sì che il proprio titolo di studio abbia validità devono essere "parificate", ovvero legalmente riconosciute. Infine lo Stato stila una lista dei libri di testo permessi e scrive i programmi scolastici.

Il fatto di obbligare tutti i giovani di una certa età a frequentare la scuola dà luogo a una situazione fin troppo nota. Si viene a creare infatti uno stuolo di ragazzi che, contro voglia, segue delle lezioni nei cui confronti prova il più assoluto disinteresse; inoltre, in nome di un preteso diritto all’uguaglianza nell’apprendimento, i professori sono costretti a stare al passo degli alunni "meno svegli", col risultato che questi ultimi – non essendo in grado o non avendo alcun interesse – continuano ad avere un rendimento insufficiente, mentre chi invece sarebbe portato allo studio è costretto a interminabili, ripetitive e inutili lezioni.

Possono essere trattate insieme le questioni del titolo di studio "legalmente riconosciuto" e dei testi scolastici obbligatori. Entrambe queste norme infatti danno luogo a una assurda uniformità negli insegnamenti per cui sicuramente qualcuno (minoranza o maggioranza?) sarà discriminato. Non è casuale che, ad ogni cambio di maggioranza parlamentare, ci si affanni sulla riforma della scuola pubblica, vero e proprio strumento politico alla mercé dei governanti per forgiare generazioni ubbidienti e poco inclini al ragionamento e alla ribellione. La scuola deve essere laica o confessionale? Deve dare un’impostazione liberale o socialista? Deve educare al nazionalismo collettivista o all’individualismo? Deve insegnare il rispetto delle leggi o proporre un atteggiamento critico nei confronti delle stesse? Qualunque scelta si effettui, chiaramente, almeno una parte della popolazione, pur essendo contraria, sarà costretta a veder i propri figli educati in maniera diversa o addirittura opposta da quella giudicata corretta.

L’istruzione pubblica quindi, oltre a non avere materialmente gli strumenti per accontentare i genitori che vorrebbero poter educare i figli in una certa maniera e a impedire ai ragazzi di seguire le proprie naturali inclinazioni e i propri desideri, è anche una delle armi più potenti per accrescere il potere dei governanti e minimizzare il dissenso nei propri confronti. E’ perciò iniqua e pericolosa, oltre che costosa e – come al solito – inefficiente.

 

Assistenza e Stato sociale

 

Anche qui sono molteplici le critiche che si possono rivolgere – non solo dal lato teorico – alla gestione statale dell’assistenza e della previdenza. Partiamo pure da quest’ultima. Tanto per cominciare, non è chiaro in base a cosa da un lato sia obbligatorio versare dei contributi per avere una pensione e, dall’altro, sia obbligatorio versarli allo Stato. Se io decidessi che il mio reddito ha più valore oggi che domani, non si vede perché non potrei spenderlo interamente. Qualcuno potrebbe obiettare che, se io agissi così, mi troverei in enormi difficoltà nella mia vecchiaia, non potendo più disporre dei mezzi necessari al mio sostentamento. Compito dello Stato, quindi, sarebbe quello di limitare la mia irresponsabilità e garantirmi una certa sicurezza e serenità per l’avvenire. La risposta che va rivolta a critiche di questo genere non può che essere "Ciò che farò da anziano sono fatti miei". Bisogna infatti smettere di credere che lo Stato sia una sorta di creazione divina donata agli uomini per garantire loro equità sociale e benessere: se così fosse, infatti, lo Stato non agirebbe con metodi iniqui e predatori come il furto e la rapina che, invece, utilizza in dosi massicce. Se è vero che la proprietà privata è un diritto naturale, e che possedere qualcosa significa poterne fare ciò che si vuole, allora nessuno, nemmeno lo Stato, può avere la pretesa di sequestrarci una parte dei nostri beni con la promessa (generalmente non mantenuta…) di restituirceli in futuro.

D’altra parte, è ragionevole pensare che pochi siano sconsiderati a tal punto da non riservare almeno una minima quantità di guadagni al futuro: in tal caso, sono ben più efficienti le pensioni private che, sebbene in maniera solo integrativa, esistono già oggi. Qualunque servizio venga offerto dallo Stato, infatti, risulta migliore e più efficiente se acquistato da privati cittadini che, dovendo sottostare alla concorrenza e dovendo far quadrare i conti, sono costretti a garantire un certo livello di soddisfazione delle aspettative. Lo Stato invece, essendo gestito in maniera irresponsabile da gente che amministra i soldi altrui, non può che essere un campione nello spreco e nella cattiva qualità del servizio offerto.

Lo Stato inoltre è solito finanziare l’assistenza coi fondi destinati alla previdenza: in altre parole i versamenti che tutti effettuiamo perché costretti non vengono messi da parte, come lo Stato promette, ma immediatamente utilizzati per altri motivi. In particolare, ciò che noi abbiamo duramente guadagnato viene destinato a coloro che, ci dicono, ne hanno più bisogno di noi. Si creano così vere e proprie truffe ai danni di chi produce: istituti come la cassa integrazione (pubblica), le pensioni di invalidità, i sussidi di disoccupazione, i lavori socialmente utili, i prestiti d’onore infatti altro non sono che meccanismi per assegnare ad altri i nostri soldi. Nello specifico, si discrimina chi lavora per privilegiare chi, invece, non sta lavorando e quindi "ha bisogno".

Politiche simili poi, oltre ad essere ingiuste, sono anche dannose. Supponiamo che venga regalato un assegno di un milione di lire mensili a chi è disoccupato. Coloro che, pur lavorando otto ore al giorno tutti i giorni che il Signore manda in terra, si troveranno ad avere uno stipendio di poco superiore (se non inferiore) saranno ovviamente spinti a chiedersi: "ma chi me lo fa fare di sudare se quelli, non facendo niente, guadagnano quasi quanto me?". Molti di loro rinunceranno al lavoro per essere mantenuti sulle spalle di altri. Aumentando così le spese statali, diminuirà anche il margine di guadagno degli altri. E’ chiaro che, a lungo andare, questo procedimento si reitererà più e più volte, fino a creare un disastro non così lontano dalla nostra realtà.

Anche lo Stato sociale, quindi, oltre a essere ingiusto e discriminatorio, tende a rovinare un’economia che altrimenti sarebbe sana e a favorire la nascita di una classe sociale parassitaria di nulla facenti.

 

Le forze dell’ordine e l’amministrazione della giustizia

 

Se molti sono disposti a seguire la teoria libertaria della concorrenza – efficienza, ben pochi sono disposti ad accettare la privatizzazione di settori come quello giudiziario, generalmente considerati di irrinunciabile competenza dello Stato. Se questo fosse vero, però, le cose dovrebbero andare bene, poiché in nessun paese al mondo il Governo ha rinunciato al monopolio della violenza; invece, in Italia, l’80,7 % dei delitti rimane senza colpevole: il che la dice lunga quantomeno sull’efficienza del servizio statale. Ma il problema non è solo di efficienza: vi è alla base una concezione delle giustizia ben lontana dalla visione liberale.

Secondo i liberali, infatti, ogni qual volta viene commesso un crimine chi deve essere risarcito è la vittima, e cioè chi il crimine l’ha subito in prima persona. Secondo il collettivismo dominante, invece, a meritare il risarcimento sarebbe la "società": il che porta a evidenti paradossi, come nel caso di chi, dopo aver visto freddare senza alcuna pietà un parente, è anche costretto a pagare vitto e alloggio all’esecutore del delitto per tutta la sua permanenza in prigione. Inoltre, i poliziotti stessi, che ricevono lo stipendio indipendentemente dalla propria abilità nello sventare crimini non sono affatto invogliati a rischiare la pelle in cambio di un emolumento che, oltre a essere comunque garantito, non è neppure alto. Infine le forze dell’ordine, godendo di una sorta di superiorità sociale nei confronti di chiunque altro, possono permettersi la tradizionale arroganza che le contraddistingue, diventando più uno spauracchio nei confronti di chi lavora (che rischia ogni giorno multe sproporzionate per aver violato questo o quel codicillo) che non un’istituzione posta a tutela dei cittadini.

Ben diversa sarebbe la situazione in un’ipotetica società libertaria, in cui possano esistere numerose agenzie di sicurezza in concorrenza tra di loro: in realtà una cosa simile, sebbene in misura ridotta, accade già oggi con l’esistenza di agenzie di vigilanza e di investigazione privata che hanno successo in virtù della loro maggiore funzionalità rispetto al servizio statale. I dipendenti di simili agenzie avrebbero tutto l’interesse, per non perdere lavoro e stipendio, non solo a essere gentili coi cittadini (tutti potenziali clienti) ma anche a essere rapidi ed efficienti nel porre rimedio a torti e ingiustizie. D’altra parte dovrebbero restituire il maltolto alla vittima, e a nessun altro: e in cambio della propria azione riceverebbero il compenso preventivamente stabilito.

Altro è il discorso relativo a tribunali e corti di giustizia. Anche qui abbiamo un sostanziale fallimento da parte dello Stato e un sempre più frequente ricorso ad arbitri privati designati di comune accordo dai contendenti. Il problema è semmai stabilire, in un mondo di concorrenza, quali siano le leggi che devono essere fatte rispettare.

Bisogna operare intanto una distinzione: vi sono infatti azioni che vanno comunque considerate reati, altre che dipendono da tutta una serie di condizioni. Ad esempio un omicidio (che non sia per legittima difesa) è sempre un reato, e non vi è ragione che alcuni tribunali privati neghino la sua natura criminale. Per riprendere un esempio di Rothbard, è chiaro che nessun tribunale si può permettere di dichiarare fuori legge tutti coloro che hanno i capelli rossi.

Vi sono poi azioni che, pur non essendo necessariamente reati, possono essere punite in determinate circostanze. Facciamo un esempio: A e B possiedono due terreni, ed entrambi permettono a tutti il libero accesso, ma, mentre A non pone alcun limite, B stabilisce che chiunque metta piede sul suo territorio non possa fumare. Ora, mentre A non ha alcun bisogno di stipendiare un servizio di vigilanza, B, non potendo confidare nell’onestà degli altri cittadini, assumerà un determinato numero di poliziotti con lo specifico compito di far rispettare il divieto imposto. E’ chiaro quindi che il fumo, pur essendo un’azione di per sé legittima, sul terreno di B è un reato poiché contravviene alle disposizioni espressamente dettate da B stesso, e può quindi essere legalmente e legittimamente perseguito: solo che B, se vuole essere veramente certo che tutti seguano le sue indicazioni, dovrà impegnare dei capitali. In altre parole, ciascuno è libero di fare quello che vuole, ma deve anche "pagare il biglietto": così, mentre il "proibizionista" B dovrà mettere in conto una spesa, il "tollerante" A potrà destinare ad altri capitoli le proprie risorse.

Anche la giustizia dunque può essere amministrata dai privati e delegata al mercato con risultati ben superiori a quelli attuali e, soprattutto, il mercato sarà sicuramente in grado di renderla una giustizia giusta, poiché saranno le leggi a doversi adattare alle esigenze di ogni singolo individuo e non, come accade oggi, i liberi cittadini a vivere nel terrore di infrangere il comma tale dell’articolo tale di una delle miriadi di leggi esistenti, molte delle quali oltretutto in contrasto stridente tra di loro, col diritto di natura e col buon senso.

 

L’ecologia e la tutela del territorio

 

Le tematiche ecologiche e le soluzioni all’inquinamento fanno parte, come le forze dell’ordine, di quelle competenze "irrinunciabili" dello Stato. Anche a livello politico, in Italia e all’estero, vi è una prepotente egemonia della cultura collettivista, che – come vedremo – ha in realtà causato danni ben maggiori di quelli che si volevano risolvere.

Tanto per cominciare, neanche un cieco può esimersi dal notare che tra tutte le risorse disponibili quelle più inquinate sono pubbliche, cioè prive di un proprietario: l’aria e le acque. Già questo dovrebbe far venire qualche sospetto. Come notava a suo tempo Aristotele, mentre tutti sono disposti a curare con la massima attenzione ciò che è proprio, ben altra è l’attenzione rivolta a ciò che è di tutti (o di nessuno, che è la stessa cosa). In altre parole, fin dall’inizio la res publica è destinata all’incuria, al pari – e non potrebbe essere altrimenti – della res nullius. D’altra parte, si obietterà, se in qualche maniera è possibile immaginare la privatizzazione dei fiumi e, in misura minore, degli oceani, è impossibile concepire un proprietario dell’aria.

Comunque, già la privatizzazione delle acque sarebbe un bel passo avanti. Nessuno avrebbe infatti interesse ad inquinarle: né il proprietario (perché avrebbe ragionevolmente maggiori prospettive di rendimento da parte di risorse in ordine e ben tenute) né tutti gli altri (perché inquinare un fiume altrui è la stessa cosa che incendiargli la casa: e cioè un’aggressione alla sua legittima proprietà, e come tale punibile anche duramente). Invece, nella condizione attuale, nonostante la durezza delle leggi in merito, fiumi e mari sono costantemente luogo di scarico di sostanze inquinanti e addirittura tossiche. Inoltre anche chi è rispettoso dell’ambiente, difficilmente investirà capitali per migliorarlo, non avendo alcuna molla economica. Al contrario, in un ipotetico mondo libertario chiunque potrebbe avere aspettative di guadagno da una buona conservazione delle risorse ambientali, e sarebbe quindi spinto non solo a mantenerle integre, ma anche a curarle in ogni minimo particolare.

Diversa è la questione dell’aria, dove è necessario sviluppare considerazioni di altro genere. Durante i primi anni del XIX secolo infatti i tribunali inglesi e americani, trovandosi per la prima volta nella storia di fronte a cause relative all’immissione di fumi nell’atmosfera, condannavano il responsabile a risarcire i querelanti per i danni causati al loro fisico e ai loro possedimenti. In seguito gli stessi tribunali, spinti anche dalle pressioni di alcune lobby industriali, cominciarono a stabilire (peraltro coadiuvati da politici e governanti) soglie "legali" di inquinamento in nome della "pubblica utilità". La giurisprudenza, in altre parole, si è occupata di giustificare l’inquinamento riconoscendo che, pur essendo un reato, produceva effetti positivi di portata assai superiore a quella dei diritti violati: ne vediamo oggi le conseguenze.

C’è poi un’ultima considerazione da fare: poiché alle industrie è di fatto permesso di inquinare, esse sono spinte a indirizzare i propri fondi destinati alla ricerca e al progresso nella direzione di tecnologie inquinanti. Se invece si seguisse la vecchia common law (quella secondo cui i tribunali inizialmente condannavano gli inquinatori) gli imprenditori sarebbero addirittura costretti a trovare tecniche pulite e rispettose dell’ambiente. Anche in questo caso, dunque, il mercato è in grado, se lasciato libero, di fornire soluzioni funzionali e innovative, soluzioni ostacolate dall’invadenza statale.

 

La guerra e il servizio militare

 

Forse la cosa può sconvolgere, ma gli Stati moderni sono nati "per fare la guerra". Non si spiega altrimenti la nascita, da un momento all’altro, di colossi burocratici come non se n’erano mai visti, né è chiaro come mai fino a tre secoli fa l’Europa era un "Arlecchino" dai mille colori mentre oggi vi sono poche grandi potenze, ognuna col proprio esercito e le proprie terribili e potentissime armi. Il risultato è che, nel solo XX secolo (che oltretutto si deve ancora concludere…) si contano, a causa delle guerre tra Stati, 40 milioni di morti fra i militari di professione e addirittura la bellezza di 170 milioni di morti tra i civili innocenti. A questo servono le nostre tasse: a permettere ai Governi di fare i loro sporchi war games giocati sulle nostre spalle, coi nostri soldi e ai nostri danni. Al giorno d’oggi, poi, alla condanna della guerra si aggiunge anche un’altra terribile argomentazione: quella della minaccia nucleare che, pur giudicata da qualcuno ritrita e retorica, è purtroppo concreta.

Nonostante i propositi pacifisti di tutti i governanti, assistiamo quotidianamente a stragi tra militari e civili causate dalla belligeranza degli Stati: senza contare tutti quei conflitti che non vengono citati dagli organi di informazione perché privi di "interesse strategico" o perché "politically uncorrect".

Le guerre, oltre a comportare inutili omicidi di massa ("democidi"), sono una vera e propria "festa degli Stati" che, potendosi esibire nel loro miglior repertorio di retorica patriottica, colgono sempre l’occasione per allargare i propri campi d’interesse. Non solo: finita la guerra gli Stati, sostenendo che ciò è necessario a causa della "drammatica situazione di emergenza che si è venuta a creare", attuano generalmente politiche protezionistiche e dirigiste "a termine", salvo poi dimenticarsi di restituire alla società tutto ciò che le hanno requisito con l’inganno. Per non andare lontano nel tempo e nello spazio, è noto come molti degli attuali monopoli dello Stato italiano fossero fiorentissime industrie private fino al periodo prebellico.

La questione non si esaurisce nella sola guerra: gli Stati infatti, argomentando che "bisogna sempre essere pronti", mantengono in vita la "leva obbligatoria" che, come vedremo, li rende colpevoli di almeno tre gravissime violazioni delle libertà individuali. In primo luogo una violazione della proprietà privata: i soldi che ci vengono estorti sono diretti, tra le altre nefandezze, anche a mantenere l’esercito e i militari di leva. Questa è un’ingiustizia se non altro nei confronti dei pacifisti che, se dobbiamo dare retta ai sondaggi di opinione, sono tanti.

C’è poi una vera e propria legalizzazione della schiavitù: non esiste una parola migliore per definire quell’anno o poco meno di tempo che qualunque cittadino italiano maschio e maggiorenne deve regalare alla "patria" in cambio di uno stipendio da fame e spesso contro la propria volontà. Stuoli di giovani vengono letteralmente costretti a presentarsi, pena la reclusione e chissà che altro, per svolgere il proprio "dovere civile" in luoghi dove dominano le peggiori usanze e dove spesso comandano persone "poco raccomandabili".

Infine viene violato il diritto naturale di ciascuno a detenere armi (istituzionalizzato ad esempio nel Bill of Rights americano): diritto peraltro già pesantemente ridotto dalla questione del "porto d’armi". Chi infatti preferisce svolgere il "servizio civile" piuttosto che quello militare (lo Stato italiano nella sua infinita generosità ci concede pure questa scelta…) si vede spesso negare il porto d’armi perché, essendosi definito pacifista o contrario alla guerra ed avendo in base a questa considerazione effettuato la propria scelta, dimostra incoerenza o chissà cosa. A prescindere dal fatto che l’incoerenza (finora) non è reato, a prescindere dal fatto che chiunque (finora) può cambiare idea in merito a qualunque argomento, i nostri solerti politici fingono di dimenticare che sparare alle beccacce o ai cinghiali è ben diverso che sparare ai cristiani. Non solo: qualcuno potrebbe essere contrario all’esercito di Stato ma non all’autodifesa.

Un’altra tesi dei "militaristi" è che, se tutti sono pronti a condannare esercito e servizio di leva, è perché non si rendono conto della gravità del fatto di essere impreparati di fronte a eventuali guerre. Si possono dare molte risposte: ad esempio che, nonostante tutto, l’Italia è comunque impreparata. Oppure che di questo ci importa poco, visto che una guerra non cambia nulla se non i nomi dei governanti: il che non influisce sulla vita di tutti i giorni.

Quest’ultima posizione, in realtà, è opinabile ed è da tempo al centro di un ampio dibattito tra libertari: se in teoria, infatti, può essere vero che non vi è alcuna differenza tra "dittatori diversi", resta il fatto che un despota può essere migliore (o almeno meno peggio) di un altro: chiunque di noi, ad esempio, probabilmente avrebbe preferito quando si poneva una simile prospettiva essere "conquistato" dagli Stati Uniti piuttosto che dall’URSS. Anche se posta in questi termini, però, la questione risulta essere ininfluente. Innanzitutto andrebbe verificata la reale volontà del popolo. In secondo luogo utilizzare questa giustificazione per il mantenimento di eserciti permanenti equivale un po’, tanto per saltare di palo in frasca, a voler mantenere il monopolio statale sul tabacco sostenendo che "in caso contrario potrebbe verificarsi l’eventualità dell’assenza di un distributore di sigarette": si accetta cioè un’imposizione oggettiva in nome di una chimera o di un’eventualità, più o meno lontana, o, peggio ancora, si vuole evitare un’ingiustizia (la conquista da parte di una potenza straniera) ricorrendo a un’altra ingiustizia.

L’unica via d’uscita da questo "nodo gordiano" è quella di applicare alla lettera il II emendamento alla Costituzione americana, peraltro sotto questo profilo disatteso anche oltreoceano, che sancisce il diritto inviolabile di ogni cittadino a portare armi destinate all’autodifesa. A questo punto l’ordinata milizia non è più un esercito di Stato pagato coi soldi di tutti, ma piuttosto un’unione volontaria di cittadini che, avendo svolto le proprie considerazioni e le proprie valutazioni in merito, ritiene preferibile il Governo attuale a quello invasore.

 

Le tasse garantiscono "equità sociale"?

 

Abbiamo visto che le tasse sono "in sé" illegittime e rappresentano un furto di massa. Oltre a questo, bisogna sottolineare che le tasse sono anche "mal distribuite": vi sono infatti sostanzialmente tre modi di "assegnare" ad ognuno la sua tassa e, come vedremo, nessuno dei tre risponde (come del resto è ovvio) ai tanto sbandierati criteri di giustizia ed equità.

Si può pensare ad esempio che tutti paghino un quantitativo fisso ogni anno. Le pecche di questo metodo sono evidenti: tanto per cominciare coloro che guadagnano una cifra minore, uguale o poco maggiore a quel quantitativo risultano impossibilitate a pagarlo. Ma si potrebbe esonerarli: col risultato di spingere coloro che guadagnano poco più della soglia di esonero a ridurre il proprio reddito in maniera tale da rientrare nelle agevolazioni, creando così un meccanismo a catena ben descritto da Rothbard. Inoltre (è questa la tesi di alcuni socialisti) pagare X è più difficile per chi guadagna "X + 1" che non per chi guadagna "X + 10": questo perché, in proporzione, la stessa somma ha un valore maggiore per chi guadagna meno. Sono gli stessi statalisti dunque a riconoscere l’ingiustizia di un metodo simile.

Ecco allora che viene proposta la "proporzionalità" dell’imposta: si fissi cioè una percentuale (sul reddito e / o sul capitale) che ognuno deve pagare. Ma, come sostiene correttamente Pascal Salin, questo rappresenta un’ingiustizia nei confronti di chi è più ricco: sarebbe come se, andando dal macellaio, il prezzo della bistecca fosse proporzionale al reddito! D’altra parte, secondo i collettivisti, anche in questo caso si viene a creare un’ingiustizia, perché la stessa percentuale "pesa" di più a chi ha meno. Anche in questo caso dunque sono gli stessi sostenitori dell’imposta a dichiarare una situazione di "ingiustizia" sociale.

Si arriva così all’apoteosi dell’iniquità: l’imposta progressiva, secondo cui il dazio non solo deve essere tanto maggiore in valore assoluto quanto più uno guadagna, ma addirittura deve progredire anche percentualmente! Inoltre la progressività è un sistema che, se in teoria potrebbe funzionare, ottiene un incredibile effetto disincentivante. Chi lo sostiene, infatti, suppone che chiunque lavori al massimo indipendentemente dalle tasse: e questa è una falsità. Tutti coloro infatti che hanno un reddito lievemente al di sotto dello "scatto" progressivo, naturalmente, accetteranno solo aumenti consistenti: sebbene la progressività sia congegnata in modo tale da incoraggiare, almeno all’apparenza, chi desidera avere un reddito maggiore, che anche dopo aver pagato le tasse si trova in tasca una accresciuta disponibilità di liquidi, spesso nella realtà si verifica la situazione opposta. Sommando il denaro versato allo Stato all’aumento della spesa in tutta una serie di servizi statali (ticket sanitari, università…) è possibile che, de facto, ci si trovi con un reddito reale addirittura diminuito.

La progressività, quindi, riduce le aspettative, aumenta i rischi e, quindi, ha un effetto di staticizzazione della società.

Tutti e tre i metodi citati, poi, si basano sull’erronea presunzione di poter assegnare a reddito e capitale un valore "assoluto": ma in verità, chi può essere in grado di dire se 10.000 £ hanno più valore per chi ne guadagna 1 milione o per chi ne guadagna 2 milioni? Il valore di un reddito dipende anche dalle esigenze di chi lo percepisce. E’ ancora Salin a spiegarci con un esempio la questione, portando davanti ai nostri occhi una situazione paradossale. Supponiamo che Luigi e Giorgio guadagnino la stessa cifra ma, mentre Luigi la spende interamente, Giorgio, pensando al futuro, la metta da parte. Non si può dire che vi siano differenze tra i due: ma, mentre entrambi pagano le stesse tasse sul reddito, Giorgio è costretto a pagare anche le tasse sul capitale che, essendo in costante aumento, subisce anche l’effetto della progressività!

Si è visto finora che le tasse non sono e non possono essere né legittime né eque. Ma realizzano il sogno dell’equità sociale per cui sono concepite? Se infatti, con qualche ingiustizia, potessimo affermare di garantire condizioni di vita "normali" agli indigenti, tutto sommato potremmo anche accettare questo "piccolo" furto. Se cioè lo Stato fosse veramente un Robin Hood, che compie per noi le buone azioni, forse potremmo accettarne l’esistenza e sopportare qualche sacrificio, e avrebbero ragione quanti (come Robert Nozick) lo giudicano un "male necessario". Ma lo Stato è, in realtà, un Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi!

Anche in questo caso è meglio spiegare quanto detto con due esempi che, mutatis mutandis, trasmettono lo stesso messaggio e che possono in realtà essere accostati a qualunque altro servizio fornito dallo Stato: la scuola e la sicurezza pubblica.

La scuola pubblica è pagata da tutti (questo in ogni caso, che sia in vigore la proporzionalità o la progressività delle imposte): ma, al di là della scadente qualità dell’insegnamento e della discriminazione nel tipo di insegnamento impartito, non tutti ne usufruiscono. Ad esempio, sono estorti i soldi di tutti coloro che non hanno figli in età scolare. Ma non è finita: passata la scuola dell’obbligo, una fetta più o meno larga di bambini frequenta le superiori e solo una minoranza si iscrive all’università. Se poi consideriamo quanti si laureano, la minoranza diventa ancor più ridotta. La cosa curiosa è che, se andiamo a vedere la composizione sociale di questa minoranza, ci accorgeremo che è in larga parte costituita da benestanti: questo significa che, in realtà, la scuola superiore e l’università, pagate "equamente" da tutti, vengono usate per lo più dai rampolli di buona famiglia. Ovverosia, i poveri pagano la scuola ai ricchi, alla faccia del conclamato Stato sociale: se c’è una redistribuzione del reddito, quello che è sicuro è che va nella direzione opposta a quella dichiarata.

Un discorso analogo può essere fatto per le forze dell’ordine. Chiunque si sarà accorto che, mentre i quartieri residenziali di qualunque nostra città sono ordinati, ben curati e sgombri da balordi di ogni genere, i quartieri poveri e operai sono fertile terreno per la delinquenza di ogni genere. Non si può liquidare la cosa tanto sbrigativamente, come fanno alcuni, anche perché – a rigore – i delinquenti avrebbero tutto l’interesse a stabilirsi dove è più facile ricavare dei soldi, e cioè nelle zone ricche. Il fatto è che, come chiunque potrà notare, mentre sono frequenti i pattugliamenti nelle aree residenziali, ben minori sono gli organici di polizia e carabinieri destinati ai rioni più a rischio. Anche qui è evidente dove si vuole arrivare: le forze dell’ordine, pagate coi soldi di tutti, svolgono un servizio parzialmente efficiente solo a favore dei ricchi, mentre non possono o non vogliono operare laddove la loro presenza sarebbe più utile.

Insomma, lo Stato impone ai cittadini il pagamento di tasse che costituiscono un furto bello e buono, sono mal ripartite e oltretutto operano un trasferimento di capitale non, come vorrebbe la retorica, da chi ha "troppo" (o di più) a chi ha meno, ma piuttosto da questi ultimi ai primi.

Il problema quindi non è gestire meglio le tasse, magari inventandone di nuove (pratica questa frequentemente adottata dai Governi), ma piuttosto abolirle: questo almeno per quanto riguarda l’aspetto teorico della vicenda. E’ evidente però che, passando alla prassi, è assai difficile distruggere tout court apparati burocratico – statali che hanno impiegato oltre duecento anni a consolidarsi. Bisogna però operare (e costringere i politici a compierle) scelte che vadano nella direzione "meno Stato più mercato": e poiché tra Stato e tasse c’è, come abbiamo visto, una corrispondenza biunivoca, meno Stato significa meno tasse.

Cosa fare, come farlo

Passare dalla teoria alla prassi è sempre una faccenda complicata. Questo è vero tanto più in un ambito come quello delle tasse che, se tutti sono pronti a condannare, ben pochi sono disposti a combattere: anche a causa dei corpi militari istituiti proprio per scoraggiare, intimidire e eventualmente punire chi osa alzare la voce. Resta il fatto però che la storia della filosofia ricorda personaggi come H. D. Thoreau che hanno avuto il coraggio di mettere in pratica il proprio pensiero e per questo sono finiti in prigione. Naturalmente sono ben pochi coloro che, soprattutto nell’Italia del 1998, hanno voglia di fare i martiri e di pagare per tutti: è quindi giocoforza scegliere la "via politica" contro lo Stato – tassatore. Bisogna in altre parole sensibilizzare i politici che, nostro malgrado, amministrano i nostri soldi ad avere da un lato il coraggio di ritornare sui propri passi relativamente ad alcune questioni (come lo Stato sociale) e dall’altro l’intraprendenza di promulgare leggi che siano realmente liberali, e cioè capaci di tutelare (e in primo luogo riconoscere) la libertà individuale e i diritti di proprietà.

Prima di proseguire, è necessario sottolineare che, mentre quanto finora detto deriva da una semplice ma coerente applicazione dei principi liberali, quanto segue potrà forse essere guardato con diffidenza dai "puristi" del libertarismo. Bisogna però operare una mediazione tra la "beata teoria" e la "triste realtà": è perfettamente inutile arroccarsi su posizioni affascinanti e coerenti quanto si vuole ma irrealizzabili nel breve termine. D’altra parte non è possibile neppure "mediare a tutti i costi", col risultato di inseguire la trattativa al punto da snaturare tutto o parte del proprio pensiero. Secondo l’opinione di scrive, in particolare, è necessario fissare alcuni paletti insindacabili ma, per il resto, essere disposti anche a qualche concessione: questo almeno se vogliamo ottenere qualcosa. Altrimenti, possiamo pure rinchiuderci in qualche circolo culturale e raccontarci tra di noi le nostre idee. Purtroppo senza risultati.

Porre limiti alla quantità

La prima cosa da fare è indubbiamente ridurre in maniera drastica la pressione fiscale: non è assolutamente concepibile che ognuno di noi versi allo Stato, sommando le imposte dirette a quelle indirette, circa il 60% di ciò che produce, senza per giunta ricevere nulla o quasi in cambio.

L’obiezione a questo tipo di ragionamento che più frequentemente si solleva da taluni ambienti socialisti è che, semmai, sarebbe meglio che lo Stato, pur mantenendo una simile quota del prodotto interno lordo, fornisse servizi in quantità maggiore e di migliore qualità. In realtà chi sostiene simili tesi costruisce dei veri e propri castelli di sabbia: abbiamo già visto infatti quanto sia dannoso alla collettività e a tutti gli individui che ne fanno parte accettare che sia lo Stato, piuttosto che il mercato, a fornire servizi. E’ inutile ora ripetere che, in queste condizioni, la medesima merce ha – teoricamente e statisticamente – un prezzo maggiore e una qualità scadente. Preme però sottolineare che, purtroppo, è questa la strada più frequentemente imboccata dai politici: si spiega così, almeno parzialmente, il progressivo estendersi delle competenze statali.

Bisogna però sottolineare che, in Parlamento, si sono spesso evidenziate posizioni contrarie a questo tipo di logiche, e c’è da augurarsi che alla fine siano esse ad avere il predominio: autorevoli rappresentanti della Lega Nord (Giancarlo Pagliarini, Vito Gnutti) e di Forza Italia (Antonio Martino, Giulio Tremonti), ma anche un "battitore libero" del calibro del prof. Gianfranco Miglio, hanno più volte contrastato, per quanto in loro potere, aumenti della spesa pubblica, motivando tali decisioni proprio con posizioni liberiste del tipo: "Lasciamo che siano i cittadini a scegliere come spendere i loro soldi!". Dagli stessi parlamentari sono spesso scaturite anche proposte innovative (che mai però hanno avuto uno sbocco organico e concretamente realizzabile) relativamente alla limitazione per legge delle tasse, soprattutto nella loro quantità: si è generalmente teso a fissare nel 30% (di volta in volta del reddito, del capitale o di entrambi) la soglia massima raggiungibile dalle tasse, il che comporterebbe sicuramente una maggiore disponibilità di denaro per la classe dei produttori (e, parallelamente, una diminuzione dei fondi destinati ai parassiti).

E’ evidente che una simile scelta implica anche una riduzione della spesa pubblica. Alcuni politici hanno anche proposto di fissare un tale limite non con una legge ordinaria (facilmente modificabile e quindi soggetta a prevedibili innalzamenti entro brevi termini…) ma addirittura nella Costituzione: il che comporta una diversa e maggiore autorevolezza della norma.

Porre limiti alla qualità

Se, come si è visto, è possibile limitare le competenza dello Stato con una riduzione quantitativa delle imposte (che, garantendo un gettito in certa misura minore, costringono i politici a operare un trasferimento di competenze dallo Stato ai singoli individui), è anche perfettamente percorribile (ed equivalente) la via inversa: quella cioè di ottenere un abbassamento delle imposte tramite una riduzione qualitativa delle stesse o, ciò che è lo stesso, uno sfoltimento dei servizi resi dallo Stato.

E’ necessario quindi stabilire delle priorità: quali sono le competenze che per prime vanno sottratte allo Stato? Rifacendoci alla distinzione precedentemente introdotta, pare imperativo innanzitutto restituire alla società quelle che abbiamo definito "competenze aggiunte", e cioè tutti quei servizi che perfino la mentalità comune (in continua contraddizione e tensione tra il comune buon senso, tendenzialmente libertario, e le convinzioni stataliste dovute a decenni di sapiente lavoro) vorrebbe in mano ai privati. Via libera quindi, fin da subito, alla privatizzazione di industrie (cantieri, trasporti, ferrovie, telefonia e comunicazioni,…) e servizi (gioco d’azzardo, informazione, radio e televisioni…): coi proventi delle vendite si dovrebbe inoltre provvedere a ripianare, per quanto possibile, l’enorme debito pubblico. Una proposta assai interessante è quella di distribuire gratuitamente ai cittadini le azioni delle aziende ora statali: sarebbe un grande segno di civiltà e, soprattutto, costituirebbe una chiara indicazione della reale volontà di cambiare e di farla finita con gli stati – nazione ottocenteschi.

Fatto questo passo, bisognerà passare senza indugi alla parte più difficile dell’operazione di "destatizzazione" della società: quella cioè di far capire quanto siano dannosi la presenza e il potere dittatoriale dei Governi in ogni ambito e, conseguentemente, restituire alla società (tramite liberalizzazioni, deregulation e privatizzazioni) anche tutte le altre competenze. Bisognerà cioè da un lato depenalizzare quelli che gli anglosassoni chiamano victimless crimes (crimini senza vittime), tutti quei reati che sono tali solo e unicamente in virtù della legge, ma non secondo il diritto naturale e che quindi vengono illegittimamente perseguiti e puniti: in altre parole, è necessario da parte di ogni singolo individuo acquisire una coscienza dell’inviolabilità dei diritti civili. Dall’altro lato è necessario privatizzare e permettere un regime di vera concorrenza in tutti i servizi, ivi compresi ordine pubblico, tribunali, ecologia… restituendo a tutti la piena padronanza dei propri diritti economici.

Le due modalità, limitazione delle imposte nella qualità e nella quantità, sono del tutto equivalenti e perciò nulla fa preferire l’una all’altra strada: e, anzi, essendo queste due strade perfettamente parallele, è possibile seguirle contemporaneamente, andando ad abbassare le imposte e contestualmente operando di volta in volta una selezione relativa non ad una parziale diminuzione di ogni servizio (anche questo infatti è possibile), ma l’eliminazione in toto di un solo servizio per volta.

 

Federalismo e concorrenza tra istituzioni

 

Ma c’è anche un’altra maniera di costringere i Governi a diminuire il proprio "ricatto fiscale" nei nostri confronti: quella di compiere le giuste scelte istituzionali, il che non esclude naturalmente di poter applicare contestualmente limitazioni del genere di quelle succitate. Lo Stato moderno è sentito, ed è realmente, qualcosa di enormemente lontano da noi e dalla nostra quotidianità: è una sorta di mostro che si presenta una volta ogni tanto a reclamare un tributo e, "in cambio" (si fa per dire…), ci concede alcuni "servizi". La sua grande distanza (anche fisica: in Italia, ad esempio, lo Stato "è" a Roma: cioè lontano dal cittadino di qualunque regione diversa dal Lazio) e l’enorme mole di denaro che il Governo può gestire fanno sì che il cittadino, nei fatti, sia privo di un reale controllo sull’utilizzo dei suoi soldi.

In altre parole i soldi che noi versiamo allo Stato non sono percepiti per quello che, almeno nelle intenzioni, dovrebbero essere, e cioè un investimento, ma piuttosto come una perdita. Noi non vediamo ritornare i nostri soldi, e non sappiamo se ciò che viene investito sul nostro territorio (e quindi per noi) corrisponde a ciò che abbiamo versato. Non abbiamo il minimo controllo su quello che abbiamo prodotto, e lo affidiamo alle mani di politici irresponsabili, che non subiscono e non possono subire le conseguenze delle proprie scelte. Anche per questo si è resa possibile una situazione assurda e grottesca come l’attuale: solo oggi, a un passo dal baratro (chi scrive non è in grado di trovare una parola migliore per definire i 4 milioni di miliardi di debito pubblico "dichiarato"), ci rendiamo conto della gravità dei fatti.

Uno dei primi provvedimenti da prendere, allora, è quello di "responsabilizzare" i politici e, contestualmente, porre i cittadini nella condizione di avere un reale controllo sul proprio denaro. E’ necessario, cioè, attuare un serio federalismo: laddove per federalismo non vanno intese le sterili proposte dei nostri politici (che stanno al vero federalismo come un film sta al libro da cui è tratto: ne costituiscono cioè il peggior snaturamento possibile…) ma piuttosto una restituzione alla società dei propri poteri decisionali. Questi non devono essere una concessione o un regalo dall’alto, ma al contrario deve essere il centro che riceve per delega dagli Stati federati (che dovranno essere delle dimensioni il più possibile ridotte, sull’esempio della Svizzera in cui sei milioni di cittadini si sono dati una struttura estremamente rispettosa della libertà articolata - guarda caso - in ben 26 Cantoni) alcune, poche e specifiche, competenze: generalmente spetta allo Stato centrale la difesa, la moneta e la politica estera (ma non sempre).

Attuare una simile riforma significa, detto in termini molto gretti, mantenere il denaro sul territorio che lo ha prodotto. A questo punto ogni cittadino potrà verificare di persona cosa gli amministratori hanno fatto, come l’hanno fatto e, su queste basi, a fine mandato decidere se promuoverli o bocciarli.

Soprattutto nell’epoca dell’informatica, poi, il federalismo ha anche un altro effetto: quello di generare una vera e propria "concorrenza tra istituzioni". Oggi infatti qualunque imprenditore, pur senza spostare fisicamente il proprio domicilio, ha la possibilità di trasferire, con spese ridottissimi, l’intera propria attività da un posto all’altro: il che significa trasferire anche opportunità di lavoro e, quindi, capitali, con le relative tasse. In particolare, gli imprenditori tenderanno a spostare il proprio capitale laddove è meno colpito dalle tasse, o comunque dove sono maggiori le prospettive o minori i rischi per un futuro guadagno. Ogni "cantone", quindi, tenderà a copiare dagli altri i loro lati positivi e, parimenti, tenderà ad eliminare i propri comportamenti negativi: come accade a qualunque impresa sul mercato. Ognuno "inventerà" un proprio governo, in maniera tale da attirare capitali e investimenti, col risultato, facilmente prevedibile, di avere, oltretutto in breve termine, un livellamento verso il basso del tasso d’imposta.

Anche per questo i nostri politici si ostinano a propinarci "federalismo falsi e degenerati". Perché un federalismo vero porrebbe grandi limitazioni alla loro voracità.

 

Disobbedienza civile e sciopero fiscale

 

 

In un’intervista rilasciata di recente, il prof. Gianfranco Miglio ha definito la disobbedienza fiscale "la strada che sceglie un popolo civile". In effetti, se le vestali dello statalismo sono sempre pronte a bollare chi la propone come un criminale o peggio, il liberalismo ha teorizzato già da lungo tempo tra i diritti inalienabili dell’individuo quello di resistenza. Diritto di resistenza, in altre parole, significa riconoscere ai cittadini - cioè tanto ai singoli quanto alle comunità - il diritto di non accettare supinamente le imposizioni del potere costituito, laddove questo varchi i limiti impostigli dal contratto sociale che lo ha legittimato.

Se cioè lo Stato dichiarasse fuori legge, poniamo, tutti gli individui coi capelli rossi, questi avrebbero ben ragione di ribellarsi, coi metodi e nella misura ritenuta opportuna: eventualmente, anche con la forza. Il fatto poi che la "maggioranza" dei cittadini sia o meno d’accordo col governo in una simile persecuzione non sposta di una virgola il fulcro della questione: e cioè che i diritti naturali sono per propria stessa natura inviolabili e non è riscontrabile nessuna differenza se a violarli è un singolo individuo, un’associazione privata, uno Stato o che altro.

Il grosso problema, trattando argomenti di questo genere, è che mentre tutti, o quasi, sono disposti ad accettare il diritto delle persone dalla capigliatura fulva a non accettare di essere perseguitate, ben pochi riconoscono le stesse prerogative a coloro che si ritengono vittime di una "persecuzione fiscale". Questo è vero qualora il governo operi delle discriminazioni in relazione al reddito (e non importa se a essere discriminati sono i ricchi o i poveri) ma assume una rilevanza tanto maggiore quando una minoranza di politici perseguita indistintamente una maggioranza di produttori. L’unica risposta di fronte a una situazione simile - invero non distante dall’attuale - è, come già proponeva Miglio nel ’93 riferendosi in particolare all’ISI (Imposta Straordinaria sugli Immobili), una protesta fiscale di massa. Protesta che dovrebbe essere non generica, ma "mirata": nel senso che, al pari di Thoreau, ci si dovrebbe rifiutare di versare allo Stato la quantità delle nostre imposte presumibilmente destinata alle ferrovie piuttosto che alle televisioni, alle forze armate piuttosto che allo stipendio dei parlamentari.

Altro, e più complesso, discorso è la praticabilità di tale via: e qui ancora una volta ci troviamo costretti a dare ragione al pessimismo di Miglio, che fa riferimento in particolare alla paura dei cittadini di vedersi piombare in casa un agente della Guardia di Finanza. Appare quindi quantomeno ardua da seguire la via della protesta fiscale di massa caratterizzata da una palese violazione dell’ordinamento vigente, e cioè da un netto contrasto tra gli individui e la legge. E’ invece assai più comoda e facile la via della "disobbedienza legale", ossia del boicottaggio, laddove possibile, delle imprese statali: si potrebbe pensare, ad esempio, di diminuire il proprio consumo di tabacco (tra l’altro con benefiche ricadute anche sulla salute) o disdire l’abbonamento RAI, o di acquistare prodotti privati piuttosto che statali.

La possibilità di scelta è vastissima e tale "disobbedienza legale", pur non avendo gli effetti devastanti e rivoluzionari di una disobbedienza in piena regola, lancerebbe un forte segnale ai politici, oltre naturalmente a diminuire le entrate dello Stato e costringerlo conseguentemente ad abbassare le proprie spese.

 

Conclusioni

 

Riassumendo, abbiamo visto due aspetti della tassazione: quello "teorico" e quello "pratico". Dal punto di vista teorico il pensiero liberale più radicale spinge a ritenere che la tassazione sia solo una forma di furto, forse meglio mascherata e sicuramente su una scala più vasta delle forme tradizionali: al comune ladro da strada si sostituisce un’organizzazione denominata "Stato" che pretende di fare il nostro bene. A ciò va aggiunto che i servizi resi dallo Stato in cambio dei quattrini confiscati sono scadenti e, soprattutto, potrebbero essere forniti con un rapporto qualità / prezzo nettamente più elevato se lasciati al libero mercato. Lo Stato inoltre, che fonda la propria struttura sulla pretesa di garantire un’equità sociale, opera dei trasferimenti di risorse in cui sono avvantaggiati i ricchi (cioè i detentori di un capitale di entità tale da poter indirizzare le scelte dello Stato stesso) e le due caste dei politici e dei burocrati. A perdere in questa transazione sono invece i lavoratori e gli imprenditori, che per l’occasione si potrebbero raggruppare nel ceto dei "produttori" (superando così la stantia distinzione operata dal marxismo).

Se però lo Stato può essere dichiarato tout court un’entità priva di legittimazione alcuna, ci troviamo oggi a dover fare i conti con (e contro) esso: è necessaria quindi una decisa e risoluta azione politica che vada a limitare progressivamente i compiti e le competenze statali. Bisognerà dapprima diminuire le spese dello Stato, per ridurne la presenza all’interno della società civile: non potendosi fidare dei politici, che troppo spesso hanno fatto abuso dei nostri conti in banca, è necessario far sì che decrescano in tempi brevi le entrate dello Stato.

Bisogna in altre parole compiere delle politiche selettive sul regime fiscale, che vadano a porre dei vincoli sulla qualità delle tasse (disponendo, ad esempio, che non si può calcolare imponibile sulla casa di proprietà) e sulla loro quantità (fissando dei massimali). Questi gravosi compiti potrebbero essere enormemente agevolati da una totale revisione dell’ordinamento politico - istituzionale vigente in senso federale o confederale, che otterrebbe il doppio risultato da un lato di ridurre in prima battuta le enormi spese dello Stato centrale e dall’altro di responsabilizzare gli amministratori e le loro scelte di spesa. Complementare a queste azioni è la "disobbedienza civile": pur essendo teoricamente possibile uno "sciopero fiscale", però, questa via appare difficilmente percorribile. Al contrario dovrebbe essere agevole proporre una sorta di boicottaggio ai danni dello Stato, al grido di "privato è bello".

Tutte queste scelte sono rivolte a restituire agli individui i loro diritti e le loro libertà, che gli Stati nazionali si sono arrogati il diritto di difendere e di cui invece si sono dimostrati i primi e più grandi negatori. Il lavoro da svolgere, chiaramente, è vastissimo: resta solo l’imbarazzo di scegliere da dove cominciare. E di cominciare in fretta.

  Carlo Stagnaro