Politicamente Scorretto

rubrica a cura di Carlo Stagnaro

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NANI DI SINISTRA E GIGANTI LIBERALI

Di Alberto Mingardi


E' inutile sperarci: questo Paese non cambierà mai. La conferma è di questi giorni: nell'anno 2000, alle soglie del Terzo Millennio, in piena campagna elettorale, l'Italia-che-pensa (o fa finta) non trova di meglio che dividersi fra quelli che Bobbio e Galante Garrone li farebbero santi, e quelli che no.
L'oggetto del contendere è la cittadinanza onoraria, di Torino, che il centro-sinistra vorrebbe concedere a entrambi i fossili più spolverati d'Italia, tra i rimbrotti dell'opposizione.
Norberto Bobbio, Spirito Santo della prima repubblica, e Alessandro Galante Garrone, juke-box dell'antifascismo militante, li conosciamo tutti. Alla sinistra piacciono, agli altri proprio no.
Qualche ragione c'è. Lasciamo perdere Galante Garrone, uno che ha sputato sul cadavere di Eddy Sogno ed è ancora convinto che i Savoia rappresentino "un pericolo per la nostra democrazia" (l'ha mai visto in faccia, Emanuele Filiberto?). Lo stesso Bobbio, genuflessioni fasciste a parte, ha scritto robette tipo questa: "nonostante le tesi ufficiali sembra che siano stati fatti dal regime sovietico grandi passi verso lo stato di diritto via via che esso si è venuto consolidando". Il riferimento è agli anni di Stalin. In cui l'URSS, è noto, fece passi da giganti "verso lo Stato di diritto".
Tuttavia, opporsi alla cittadinanza onoraria per Bobbio e Galante Garrone, da parte del Polo, è un errore macroscopico. Si tratta di due personaggi che hanno segnato, forse più nel male che nel bene, gli ultimi cinquant'anni di storia italiana. Senza compiere imprese esaltanti, senza lanciarsi in rivoluzioni copernicane, ma rappresentando un punto di riferimento importante per grossa parte della società.

E' assurdo prendersela con la Sinistra perché vuole premiare, sia pure per l'ennesima volta, i suoi padri nobili: è legittimo e, diciamo la verità, le rende onore. Sarebbe facile dimenticare Bobbio con la scusa della sua fascio-filia giovanile, sarebbe comodo liquidare Galante Garrone con un arrivederci e una compressa di Selenium ACE. Invece no: se li tengono stretti, nella buona e nella cattiva sorte, è gratitudine ma non solo. E' rispetto.

Ecco, su alcune cose la "destra italiana" (sempre che esista) dovrebbe imparare dalla "sinistra italiana" (che esiste sicuramente). Se si aspira a governare più di sei mesi, è necessario coltivarsi una classe di intellettuali, crescerne e nutrirne le leve più giovani, porre le basi della cultura di governo nella cultura tout-court.

Non è che la destra liberale non abbia dei padri altrettanto nobili. Ce li ha. E' solo che è la prima a dimenticarsene, perché sono troppo scomodi, sapete, quella maledetta abitudine di pensare sempre con la propria testa. Anziché prendersela con lo zelo beatificatorio dei bobbiferi, dovrebbe dimostrarsi, a sua volta, altrettanto zelante. Cioé lottare, e mica per finta, perché vengano finalmente riconosciuti i meriti di chi si batteva - quando non era facile - per la libertà di pensiero, contro il conformismo accademico. Gente che ha rischiato di suo, che sovente è stata tanto apprezzata all'estero quanto denigrata in Italia, gente che ha detto la verità quando non era facile.
Che la Sinistra piemontese dimostri pure a Bobbio tutta la sua riconoscenza. La destra torinese (e non) dovrebbe fare altrettanto: e chiedere una pari onoreficenza per Sergio Ricossa.
Ricossa è più giovane di Bobbio (e Dio ce lo conservi), ma mentre l'ideologo di Veltroni cantava le lodi di Baffone, lui già bazzicava la Mont Pelerin Society, l'internazionale dei liberali doc. Economista, Ricossa ha scritto "la fine dell'economia", se l'è presa con quei colleghi che credono che si possa calcolare tutto (equazioni che, chissà perché, dimostrano quasi sempre che si devono aumentare le tasse). Ha smascherato la frode della solidarietà coatta e del Welfare State quando farlo era roba per accademici kamikaze. E i suoi contributi più propriamente "scientifici", sono ancora più controcorrente e significativi.

Ricossa ha avuto il merito di vederci giusto prima del tempo, e la sfortuna di non prendere mai la tessera di un Partito. Neppure di quello liberale, sgabello di democristiani e comunisti, da cui si tenne ben lontano.

"Al professor Ricossa noi scaverem la fossa", gli scrivevano sui muri dell¹università negli anni di Piombo. E Torino, la sua città, non l'ha mai amato, a parte le attestazioni (formali) di stima, ma quelle costano niente, sono solo parole. La cosiddetta "destra" neppure, perché è un uomo vero e, come tale, scomodo per chiunque voglia appiccicargli addosso un'etichetta.
Però, ed è un bel però, è grazie a Ricossa, e pochi altri come lui, che il Polo può vantare un pedigree tinto di liberismo.

Forse Torino non è la città giusta, ma ci vorrebbe un Partito, ci vorrebbe un comune, ci vorrebbero dei cittadini con il coraggio di riappropriarsi, come fa la Sinistra, dell'orgoglio delle proprie idee.
Non è una provocazione, è una cosa seria: si alzino in piedi ed acclamino Ricossa cittadino onorario. Sono pronto a scommettere che i "rossi" si opporranno, ma non troppo. Dopotutto è un'occasione, anche per loro, per chiedere scusa.


Alberto Mingardi

(Articolo pubblicato anche sul quotidiano “Libero” del 28 ottobre 2000)