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Politicamente Scorretto rubrica a cura di Carlo Stagnaro |
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Internet: una fuga dallo Stato di
Carlo Stagnaro Il recentissimo dibattito sulla pedofilia ha spinto molti a interrogarsi sulla vera natura di Internet: si tratta di un prodigioso strumento che la tecnologia mette a disposizione di tutti o piuttosto di un sobborgo delle nostre più oscure e marce tentazioni? La più parte degli “intellettuali” si è schierata su questa seconda posizione: chiedendo un intervento del governo per regolamentare la rete. A favore del web si è invece pronunciato Alberto Mingardi, dedicando alla questione addirittura un libro: 1999: fuga dallo stato (Leonardo Facco Editore, tel. 0335-8082280, email: leofacco@tin.it). La riflessione del pensatore lariano prende le mosse da una disincantata e lucida analisi sulla necessità di riscoprire una “utopia liberale”. La filosofia di John Locke, infatti, si è nel corso degli ultimi due secoli “indebolita” di fronte agli assalti del socialismo ed è non di rado scesa a patti con lo Stato moderno. Questo ha portato a un suo radicale snaturamento. Il liberalismo, infatti, nasce e si sviluppa in difesa e a sostegno di quei diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà che lo Stato, per sopravvivere, deve continuamente infangare e negare agli unici loro titolari legittimi, vale a dire gli individui. Così molti liberali, a furia di andare a pranzo e a cena con lo zoppo, hanno iniziato a zoppicare: cioè, fuor di metafora, hanno accettato nel loro pensiero il dogma fondante del socialismo, quell’ugualitarismo che giustifica e legittima le azioni del governo. E’ indispensabile, allora, un ritorno alle origini: non trascurando però i fondamentali contributi che giungono dalla riflessione libertaria contemporanea. Sulla scorta di Hans-Hermann Hoppe, insomma, l’autore di Estremisti della libertà propone un nuovo “radicalismo libertario”, coerentemente antistatalista. Come si colloca internet in tutto questo? La rete costituisce una sorta di nuova frontiera, che solo gli individui possono colonizzare. Essa non è segnata, come gli Stati, dal “peccato originale” della violenza aggressiva. Sul web c’è davvero spazio per tutti e lì vale la regola dell’appropriazione originaria che rese il west non un luogo selvaggio ma una meta ambita da milioni di persone. Su internet, soprattutto, vige la legge dell’assoluta libertà di espressione. Mingardi non compie un’astratta difesa di un’altrettanto astratta “libertà di parola”. Egli sottolinea lo stretto legame esistente tra la libertà e la proprietà e, solo in seconda battuta, il diritto a dire ciò che si crede in casa propria. Per questo vi sono siti di ogni genere e tendenza, ma non il disordine che si potrebbe credere: la rete, anzi, è una realtà anarchica e ordinata, un mondo senza lo Stato e oltre lo Stato. Un mondo che, non a caso, funziona benissimo grazie a un insieme di consuetudini emerse spontaneamente: senza la necessità di qualcuno che le imponesse con la forza o le cristallizzasse nella forma del diritto positivo. Ma la riflessione su internet è anche spunto per descrivere alcune iniziative che, nate sulla rete, si sono poi sviluppate nel mondo reale. Esempio principe è quello di Laissez Faire City: il tentativo di creare una vera “comunità privata”, completamente slegata dagli Stati oggi esistenti e sottratta alle grinfie dei loro governanti. Una sorta di ritorno a un passato municipale e quindi pre-statuale e al tempo stesso un tuffo in un futuro ipertecnologizzato: questa è Laissez Faire City. Nel momento in cui si dichiara guerra allo Stato, bisogna anche “sapere demolire il concetto fondante della sua stessa esistenza – scrive Mingardi – cioè quello della sovranità”. Un altro argomento di grande attualità, sempre legato alla rete, è quello del copyright. Su internet chiunque trovi un documento che gli interessa può prenderlo, copiarlo, linkarlo o riprodurlo sul proprio sito o altrove. Come è possibile, allora, tutelare la proprietà intellettuale di scrittori, poeti, artisti? La risposta del giornalista di Mandello è semplice: la proprietà intellettuale non può e non deve essere difesa perché non esiste. Le idde, infatti, a differenza della proprietà fisica possono essere utilizzate da innumerevoli persone contemporaneamente: non vi è alcuna ragione, dunque, di stabilire un principio di esclusione in virtù del quale “mio” significa “non tuo”. Anche perché “nel mondo dell’informazione in presa diretta, di messaggi e notizie che fanno il giro del mondo in meno di un secondo, sarebbe una presunzione fatale credere di poter controllare una mole di numeri e parole letteralmente incontrollabile”. Un bello schiaffo e una bella sfida alla nuova legge approvata dal parlamento italiano in tema di editoria, che fa del diritto d’autore un vero e proprio feticcio. Il libro è impreziosito dalla bellissima introduzione: un’intervista di Giordano Bruno Guerri all’autore, nella quale vengono (come appunto ci si aspetta, e come raramente accade) “introdotti” tutti gli argomenti che poi verranno analizzati nel dettaglio. In particolare, Guerri affronta il problema del rapporto tra libertà e integrazione economica. Mingardi è su questo estremamente esplicito: “globalizzazione è un continuo aprirsi dei mercati a beni e informazioni” e, quindi, è un fenomeno assolutamente positivo: a patto di non confonderla col globalismo giuridico, ovvero con la tendenza alla creazione di un governo mondiale, all’integrazione politica, che ne è l’opposto. Dall’introduzione, insomma, emerge già la posizione che verrà poi approfondita nel corso del libro: ovvero che l’unica speranza per raggiungere o per avvicinarsi al “benessere generale” è lasciare che gli “opposti egoismi” seguano la propria strada. Se gli individui non sapranno garantire a se stessi e ai propri casi benessere e prosperità, è velleitario e ingenuo ritenere che tale risultato potrà essere ottenuto dai governi al consueto prezzo di sangue e furti. |
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