Politicamente Scorretto

rubrica a cura di Carlo Stagnaro

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Il federalismo fiscale? Non esiste

di Carlo Stagnaro

Ogni giorno che passa è sempre più chiaro quanto i politici di Roma abbiano le idee confuse sui concetti base del federalismo. Una delle trovate più ricorrenti, ad esempio, è quella del "federalismo fiscale". Dico "trovata" perché esso, preso in astratto, non ha alcun senso: parlare di federalismo fiscale, infatti, presuppone una distinzione dal federalismo politico. Questo, a sua volta, implica che vi può essere l’uno senza l’altro, che sarebbe come dire che un trifoglio può avere due foglie.

In realtà, la teoria federale è estremamente chiara a questo proposito: il federalismo è un patto tra entità istituzionali diverse e reciprocamente indipendenti, che mettono in comune alcune competenze. Tale patto, dunque, lascia ad ogni contraente totale autonomia tanto sotto il profilo politico quanto sotto quello fiscale, fatte salve, appunto, le mansioni delegate al centro. Risulta assai difficile, allora, anche soltanto immaginare un patto che coinvolga la sola sfera politica, piuttosto che la sola sfera economica.

L’inganno dei politici, poi, è duplice. Non solo, come abbiamo visto, è impossibile parlare (in buona fede) di "federalismo fiscale", ma, quand’anche non fosse così, essi danno a questa parola un significato del tutto particolare. La loro proposta, infatti, è (quando va bene) di lasciare alle strutture periferiche dello Stato la gestione di una data percentuale di tributi. In altri termini, comuni, provincie e regioni disporrebbero di maggiori risorse finanziarie (a cui, naturalmente, dovrebbero corrispondere maggiori oneri…). Ma siamo sicuri che questo sia federalismo?

No, non lo è. Questo, come si è detto, è "gestione" dei tributi, ovvero, in ultima analisi, spesa per conto di terzi. Le regioni, le provincie ed i comuni non godono di una reale autonomia, ma semplicemente ottengono qualche boccata di ossigeno. Il nodo cruciale, infatti, non è la gestione dei tributi, ma la possibilità di sceglierli e di imporli. Federalismo fiscale significa che comuni, provincie e regioni possono decidere quali e quanti tributi imporre, possono decidere come spenderli e possono trattenerne la quasi totalità, fatta salva una percentuale fissa e preventivamente stabilita da destinarsi a un fondo di perequazione funzionante a livello di Stato centrale.

In sostanza, tutto ciò rovescerebbe la situazione attuale. Oggi i cittadini pagano le tasse a Roma e poi Roma decide, autonomamente, quante restituirne alla periferia. Il risultato di questo meccanismo è, come è noto, un trasferimento di reddito dal Nord al Sud della penisola. In un sistema di "federalismo fiscale", invece, sarebbero comuni, provincie e regioni a decidere quanti soldi e sotto quali condizioni versare al centro. Indubbiamente, anche in questo caso vi sarebbe un flusso di denaro dalle aree "ricche" a quelle "povere": ma, quanto meno, tale flusso sarebbe assai più limitato e - dettaglio non trascurabile - sottoposto al vigile controllo di chi paga, e non di chi spende!

Siamo però ora arrivati a quello che, in una dimostrazione matematica, sarebbe "l’assurdo". Per realizzare un federalismo "fiscale" degno di tale nome è necessario riconoscere agli Stati federati la possibilità di decidere quali tributi imporre e quanti trasferirne al centro. Ma queste decisioni sono decisioni "politiche", negate dalla premessa ("realizziamo il federalismo fiscale"). In altre parole, il federalismo politico sta a monte di quello fiscale, che è materialmente e logicamente irrealizzabile senza il primo. D’altra parte, un federalismo politico slegato dalla capacità di spesa non ha alcun senso, perché si riduce a vuota enunciazione di principio.

Il federalismo, insomma, o è o non è. Chi parla di federalismo solo fiscale, o solo politico, è in malafede e vuole prenderci in giro. Quando si parla di riforme istituzionali bisogna essere coscienti di questo: e sbatterlo in faccia a chi crede che bastino quattro parole forbite per ingannare e continuare a derubare milioni di cittadini.

  Carlo Stagnaro