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Politicamente Scorretto rubrica a cura di Carlo Stagnaro |
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Exa: la fiera del surreale di Carlo Stagnaro
Che l’Italia sia un paese surreale è cosa nota e quindi non merita di essere dimostrata. Ciò nondimeno, a volte riesce ancora a stupire: perché le contraddizioni sono tali e tante da essere in ogni momento assai vicine alla deflagrazione. Sabato scorso ero all’Exa di Brescia (http://www.exa.it). Si tratta, per i non addetti ai lavori, della mostra armiera più importante del nostro paese, e una delle maggiori d’Europa. E’ dunque un appuntamento tosto per la nostra economia: che deve dunque fornire anche una buona immagine di sé di fronte ai numerosissimi visitatori stranieri.
Il biglietto da visita non è dei migliori: il quartiere fieristico di Brescia, la cosiddetta “area EIB”, è palesemente inadeguato (sono stato costretto a girare pazzamente per oltre un’ora prima di parcheggiare). Vi sono però altri due fattori che hanno particolarmente attirato la mia attenzione.
Il primo è, se vogliamo, banale. A causa della severità della legislazione sulle armi, l’Exa è una fiera di armi in cui le armi non possono essere vendute. Evidente è la frustrazione di produttori e commercianti, ma ancora più eloquente è lo sconforto sul volto degli appassionati che solo per pochi minuti possono tenere in mano l’oggetto dei loro desideri. Per averlo, dovranno compilare una sfilza di moduli e affrontare pallosissime code negli uffici pubblici.
A disagio sono pure gli addetti alla sicurezza, che devono far transitare i visitatori in uscita attraverso un metal detector: il che ti fa sentire un po’ criminale e un po’ in balia dei cattivi di turno. Uno di loro mi ha raccontato che, l’anno scorso, un tizio si è dovuto togliere la cintura, per dimostrare che era la fibbia di ferro a svegliare i sensori. Io stesso ho dovuto vuotare le tasche per colpa di un innocuo coltello, omaggio per gli abbonati della bella rivista Armi Magazine (http://web.tiscalinet.it/armimagazine).
La seconda questione è al tempo stesso causa e conseguenza del suddetto clima di ridicolaggine generalizzata. La provincia bresciana deve gran parte della propria ricchezza all’industria delle armi. L’Italia, nel suo complesso, ne è grande produttore, al punto che carabine e revolver costituiscono un notevole capitolo dell’economia nazionale. Ciò nonostante, l’Italia subisce passivamente la convinzione un po’ melensa e un po’ buonista per cui le armi sono “cattive”. E così le demonizza: con le leggi e con le parole.
L’Italia, insomma, sputa nel piatto dove mangia. E così facendo crea un clima di generale disapprovazione nei confronti dei possessori di armi, soprattutto nelle aree metropolitane – più sensibili al martellamento mediatico. Inutile dire che in tal modo si ottiene l’unico effetto di disarmare le vittime e armare gli aggressori. I quali, essendo fuori legge, se ne fottono delle norme sulle armi. Ma affermare queste cose equivale a gridare che il re è nudo, ed è sufficiente a essere bollati di eresia. Nei tempi di vacche magre e in presenza di governi dispotici, tale è il nome del buonsenso.
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