Politicamente Scorretto

rubrica a cura di Carlo Stagnaro

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Unione Europea non vuol dire libertà

 di Carlo Stagnaro 

E’ da quasi due anni che l’Euro registra un’incredibile serie di “minimi storici” e, finalmente, una notevole porzione di cittadini sembra accorgersene e comincia a drizzare le orecchie. Presentata come panacea di tutti i mali, la moneta unica europea ha mostrato fin da subito la propria debolezza e la propria instabilità. Chi prevedeva magnifiche sorti per il continente, ha dovuto ammettere i propri errori e fare ammenda. Non solo: l’unificazione monetaria di fatto non ha registrato alcuna penetrazione nelle abitudini della gente. I cittadini europei sanno che l’euro esiste, sanno che, volenti o nolenti, a esso sono legati, ma senza dubbio continuano a ragionare nei termini delle vecchie valute nazionali. Alla faccia del cambio fisso.

Probabilmente questi fatti sono ben chiari a qualunque individuo non stupido o che non tragga profitto dal fallimento di questo esperimento sfacciato di ingegneria sociale. Purtroppo però, si sa, quando gli uomini sono costretti ad agire in massa spesso prendono decisioni dettate più dal tentativo di scaricare su altri le proprie spese che dalla ragione. Giustamente, Robert Heinlein osservava che “la democrazia si basa sull’ipotesi che un milione di uomini sia più saggio di un uomo solo. Come mai? Deve essermi sfuggito qualcosa”. Ancora peggio è quando gli uomini accettano, o tollerano, che qualcuno prenda decisioni a nome di tutti. Così, è accaduto che la quasi totalità delle decisioni relative all’unificazione europea (e la totalità assoluta delle decisioni effettivamente importanti) sia stata assunta da pochi rappresentanti dei governi nazionali. I quali non sono certo le persone più raccomandabili di questa terra.

I popoli europei, fidandosi delle loro parole, hanno lasciato che essi accelerassero un processo che invece andava contrastato. I burocrati governativi hanno svenduto le sovranità nazionali in cambio della garanzia della propria permanenza al potere. Hanno ostacolato qualunque forma di decentralizzazione e di disgregazione nazionale che avrebbe consentito alle comunità locali di gestirsi autonomamente. E oggi hanno trovato una scusa di fronte alla crescente protesta per gli svantaggi che l’UE, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha prodotto o non ha potuto evitare. “L’Europa economica non funziona – è la loro tesi – perché si tratta di un prodotto non ancora terminato: essa ha bisogno anche dell’unificazione politica e militare”.

In molti paesi è oggettivamente difficile mettere in discussione tale “dogma”. La pressione esercitata dalla politica è talmente forte, e l’orgoglio degli operatori dell’informazione talmente debole, che ben pochi hanno il coraggio di criticare. Eppure l’Europa unita è una costruzione che proprio non sta in piedi, e il bassissimo coinvolgimento dei cittadini ne è una dimostrazione. Il fatto che qualcuno abbia deciso di “fare una nazione”, dopo tutto, non implica che quella nazione esista davvero.

La storia recente del nostro continente è piuttosto eloquente al riguardo. Tutte le volte che gli organi comunitari hanno avuto occasione di pronunciarsi in maniera ufficiale, non hanno esitato ad adottare soluzioni di tipo statalista. Essi rispondono al progresso vietandolo e rendendo la ricerca scientifica un monopolio statale, ancor più di quanto già non sia. Dimenticando che, come l’interesse di scienziati liberi ha portato alla scoperta della penicillina, gli studiosi prezzolati dal governo hanno scoperto (e realizzato) la bomba atomica. Di fronte a un problema attuale e sentito come l’immigrazione, l’UE non ha saputo far di meglio che incoraggiare politiche lassiste e di accoglienza indiscriminata. La convivenza tra immigrati e ospiti è resa più difficile da una normativa improntata alla “tutela delle minoranze” che, di fatto, trasforma i poveracci provenienti dal Terzo Mondo in parassiti loro malgrado.

Ancora più criticabile è la condotta assunta di fronte all’unica, autentica manifestazione di dissenso della pur breve storia europea. E’ stato sufficiente che i cittadini di un paese sovrano, l’Austria, esprimessero in libere elezioni la propria preferenza per un partito politico scomodo, l’Fpoe di Joerg Haider, perché scoppiasse il finimondo. Non si sono contati gli anatemi e le condanne senza processo. Poi, per ragioni meschine e grette (l’Austria avrebbe potuto far pesare il proprio diritto di veto), l’intera polemica è rientrata in men che non si dica grazie alla decisione di un pool di “saggi”.

Ora, quest’ultimo passaggio va esaminato attentamente perché, ben lungi dall’essere una manifestazione di correttezza, nasconde invece il germe della tirannide.

Il super-Stato europeo, infatti, non ha esitato a mostrare fin da subito il proprio volto più spietato, quello della repressione del dissenso attraverso la violenza – o la minaccia della violenza. Le sanzioni europee sono una spada di Damocle che pende sulla testa di tutti gli Stati membri, che non possono tutelarsi in alcun modo, essendo del tutto assente una qualunque forma di diritto di secessione. L’organizzazione dell’Unione è fortemente gerarchica e verticistica, sebbene essa venga sovente spacciata per un mirabile esempio di federalismo. E questo si è visto nel modo in cui Bruxelles ha bypassato il problema austriaco, non appena si è capito qual era il potenziale  demistificatorio che covava sotto le ceneri viennesi. Tre persone, nessuna delle quali era mai stata scelta dal popolo o dai suoi rappresentanti su esplicito mandato, sono state incaricate di esprimere un parere su  una questione di estrema delicatezza. Da tutto ciò sono stati tenuti ben lontani non solo i cittadini europei, ma anche (e soprattutto) i cittadini austriaci, sebbene si potesse ritenere che questi ultimi non avrebbero esitato a manifestare il proprio sostegno al partito di Haider.

Da lì all’unificazione militare il passo è breve. La creazione di un esercito europeo è già in corso d’opera e non va assolutamente sottovalutata. Esso sarebbe di fatto slegato da qualunque vincolo nei confronti degli Stati nazionali e dei loro popoli e, quindi, costituirebbe un’arma micidiale nelle mani del potere centrale. L’esercito dovrebbe contare circa centomila soldati provenienti da ogni angolo del continente e, per ammissione dei suoi stessi fautori, esso dovrebbe essere presto pronto a intervenire a fianco della Nato nelle numerose “missioni umanitarie” organizzate dall’Alleanza Atlantica. Senza contare (ma questo non viene detto da nessuno) che potrebbe anche venire comodo per risolvere “problemi interni”…

E’ del tutto evidente che dietro l’unificazione monetaria, politica e militare si cela un progetto imperiale di dimensioni immense. Gli individui e le comunità vengono gradualmente espropriati della sovranità che di diritto gli appartiene e parimenti sono sommersi da una regolamentazione di stampo sovietico. La recente Carta dei Diritti ne è una dimostrazione: se a prima vista può apparire lodevole, infatti, essa pretende di dettare e definire ogni aspetto della vita privata dei cittadini. Non c’è libertà in questa Europa e, d’altra parte, da tale rischio ci aveva già messi in guardia mezzo secolo fa Wilhelm Roepke.

Lo spirito dell’Europa, secondo l’economista tedesco, è quello della decentralizzazione. Voler organizzare il Vecchio Continente secondo i criteri tipici dello Stato nazionale (e dello Stato nazionale comunista, in questo caso) è un tradimento dell’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri. L’Europa autentica è quella delle libertà comunali, non quella delle direttive di Bruxelles. Scriveva Roepke: “il nazionalismo economico e la pianificazione su scala continentale non rappresentano certo un progresso rispetto agli stessi vizi a livello nazionale. Essi sono anzi molto peggiori, perché queste tendenze hanno più ampie possibilità di azione sul territorio più esteso dell’intero continente… Il rispetto per le differenze e le particolarità, per le diversità e per le piccole unità di vita e civiltà… questi sono i principi generali il cui rispetto meticoloso ci identifica come veri Europei che prendono sul serio il significato dell’Europa”.

Del resto, in epoca recente il primo tentativo di unificare il continente risale a Napoleone, e a vagheggiare una “nazione europea”, ben prima dei moderni apologeti dell’unificazione, ci aveva già pensato Adolf Hitler. Lo stesso Benito Mussolini non esitava ad avvisare tutti che in fretta sarebbe stata “ridisegnata la cartina” geografica.

L’Unione Europea è esattamente quello che Hitler e Mussolini avrebbero sognato. Il liberalismo più coerente, invece, ci suggerisce di evitare la nascita e l’involuzione di super-Stati come quello che ci sta avvolgendo. Per chiunque consideri la libertà un valore da cui non si può prescindere, la scelta tra europeismo ed euroscetticismo non è poi così difficile.